— Sarà inqualificabile per lei: — interruppe di nuovo il Pancrazi: — ma nessuno qui a lei domandò i suoi apprezzamenti, e creda a me che Ella non ha diritto, nè la convenienza di darli.
— Mio caro signore, — disse gentilmente il conte di Valneve, — Ella ha già fatto fin troppo per me e non voglia procacciarsi altri fastidi. Il signor Direttore della Polizia riconoscerà subito il deplorevole errore commesso dai suoi subalterni a mio riguardo, si affretterà a farmi delle scuse da quel gentiluomo che è ed a lasciarmi in libertà.
— Lei crede? — disse il Pancrazi impassibile nell’oscurità mandata dalla ventola. — Il conte di Camporolle, se ha la curiosità di assistere al colloquio che ho l’onore d’avere con lei, è padrone; lo conosco abbastanza per lasciargli procurarsi questa magra soddisfazione; ma fra noi due, signor conte di Valneve, la cosa non sarà tanto liscia e di quella guisa come lei crede.
— Mi permetta, signor Pancrazi: — saltò su Alfredo: — ma come testimonio al fatto, posso proprio attestare che il conte non ha avuto il menomo torto, che mentre era tranquillo ad assistere allo spettacolo...
— Signor conte di Camporolle — interruppe il Direttore di Polizia: — Io ho avuto per lei delle raccomandazioni tali che mi impongono la maggiore considerazione e il maggiore interessamento in suo vantaggio; ma mi trovo pure obbligato a ripeterle che in questo fatto Ella non c’entra, e il meglio per lei sotto tutti i riguardi — pronunziò assai spiccatamente queste parole — è di non entrarci per l’affatto.
E poi voltosi al piemontese di nuovo:
— Lei ha il suo passaporto in regola?
— Ho già avuto il piacere di mostrarlo cinque o sei volte a vari agenti della Autorità ducale: — rispose il conte di Valneve colla sua ironica affettazione e gentilezza.
— Ebbene, abbia ancora una volta questo piacere mostrandolo a me: — proruppe burbero il Direttore di Polizia.
L’ufficiale piemontese trasse lentamente di tasca la carta e la porse con un atto di sprezzosa noncuranza al poliziotto.