— Ho capito! — esclamò Ernesto colla sua fine ironia. — Un cugino?... Ammirabile!... Oh vera sapienza eterna dei proverbi! Fra i due litiganti eccetera... Io e quell’obelisco d’ulano siamo i due, ed ecco spuntare il terzo. Ma con mio grande rammarico, mia cara ragazza, io sono obbligato a disturbare quell’animato colloquio della Penelope tua padrona con codesto cugino della razza dei Proci, e valle a dire che son qui e che voglio subito subito parlarle.

Sotto la gentilezza (da cui non si dipartiva mai) delle maniere, l’ufficiale piemontese seppe porre tanta autorità di comando, che la serva senza fare la menoma osservazione, andò subito a recar l’ambasciata.

Si udì tosto cessare affatto le due voci che così vivamente discorrevano; ma dopo un breve istante in cui un bisbiglio indicava che si erano scambiate alcune parole sommesse fra la padrona e la serva, scoppiò di nuovo e più alta e concitata la voce dell’uomo che gridò:

— Alla croce di Dio!... Parlate forte dannate femmine... Chi è venuto? Chi è che aspetta di là?... È forse già quel maledetto croato? Che sì che lo ricevo io e lo faccio scender giù delle scale in minor tempo di quel che ci abbia messo a salire.

— Oh oh! — esclamò ridendo il conte di Valneve. — L’austriaco dà sui nervi anche a costui!... Vuol farlo saltar dalle scale! Ma ei non sa dunque che montagna sia quel tentativo di gigante!

S’udì nella camera vicina il passo affrettato d’un uomo che si appressava all’uscio dell’anticamera: ma la ballerina dovette mettersi innanzi a quel cotale.

— No, no, — disse la voce di lei; — non è l’ulano... è un ufficiale piemontese.

Queste parole parvero calmare affatto quell’uomo.

— Ah! un piemontese.... Meno male! — disse. — Del male ce n’è; e vedi, Carlotta, darei non so che cosa perchè la figliuola della sorella di mia madre lasciasse il palco scenico e la vita che conduce... Ma quando poi penso che un austriaco... Giuraddio!

Ernesto guardò Alfredo con qualche meraviglia.