— Sta a vedere che questo è proprio un cugino per davvero, e che ha tanto buon senso da odiare gli austriaci... Se pure codesta non è tutta una commedia... Appunto, andiamo un po’ a vedere.
Aprì risolutamente l’uscio ed entrò con passo franco nella stanza vicina, seguito da Alfredo.
— Scusino, — disse colla sua solita gentile giocosità, fissando ben bene in volto i personaggi che si trovò dinanzi, — scusino se entro, anzi se entriamo così, senza altre formalità: ma il torto è di queste pareti di cartapesta e di questi ambienti larghi un palmo, che lasciano udire in una stanza tutto quello che si fa e che si dice nella stanza vicina. Invece di assistere al vostro colloquio non visti, ho pensato più leale il mostrarci addirittura. Parlo anche per questo mio amico che vi presento, Carlotta: il conte Alfredo di Camporolle, il quale ha consentito ad assistermi in una certa occasione che son venuto a cercare qui in casa vostra.
La ballerina fece un bell’inchino e regalò un grazioso sorriso al giovane Alfredo. Era essa una donna di poco più che vent’anni, belloccia, grassotta, volgaruccia, con occhi vivaci, labbra carnose e quel non so che di piacevole e di voluttuoso che hanno quasi tutte le milanesi.
L’uomo che era insieme con lei, giovane eziandio, certo non ancora trentenne, incrociò le braccia al petto, corrugò molto fieramente le sopracciglia e guardò con aria di fermezza e quasi di sfida i due nuovi venuti. Non molto alto di statura, ma tarchiato, a spalle larghe, con testa riccioluta e piuttosto grossa, ben piantata per un collo taurino sopra un torace ampio e bene sviluppato, quel giovane aveva un singolare aspetto di robustezza e di forza; e a questo vigore fisico mostravano che corrispondeva anche quello morale le linee ferme delle fattezze e della fronte, e sopratutto lo sguardo ardito, fiero, in certi momenti quasi avreste detto feroce.
Ernesto lo esaminò con quel suo piglio sciolto e tutto franchezza, e sorridendo disse a mezza voce ad Alfredo che gli era vicino:
— Corbezzoli! Questo pezzo di giovane è proprio capace di me culbuter quel falso Golia là.
— Signori, — disse il giovane parmigiano avanzandosi d’un passo verso i due conti, — io sono Pietro Carra sellaio; e costei è mia cugina.
— Me ne rallegro molto... con la signora Carlotta: — rispose Ernesto di Valneve al solito gentile ed ameno. — Io sono Sangré di Valneve, capitano delle guardie del Re di Sardegna. Sua cugina, l’ho conosciuta a Torino; l’ho riconosciuta a Milano, e essendo qui di passaggio, mi prendo la libertà di venirla a riconoscere a Parma. L’ora di presentarmi per una visita non è molto opportuna, ma non ci avevo la scelta: prima di tutto la Polizia parmense mi ha intimato di partirmene domani da questi felicissimi Stati; poi... mia cara Carlotta, voi mi permetterete d’essere affatto sincero: non sono venuto unicamente pel piacere di vedervi, quantunque questo piacere mi fosse graditissimo, ma son venuto eziandio perchè qui in casa vostra soltanto avrei potuto avere la soddisfazione di dire due parole in tutta libertà a quel caro torrione degli ulani austriaci von Klernick.
A questo nome Pietro Carra digrignò i denti e volse un’occhiataccia rabbiosa alla cugina.