— Dunque? — disse roteando terribilmente i suoi occhiacci. — Dunque io qui son caduto in un guet-à-pens?
— Guet-à-pens niente affatto... Qui la non trova che gente onorata, non birri nè commissari di Polizia come quelli nelle cui mani la sua generosa rivalità ha voluto darmi e a Milano e qui... Gente onorata, in cospetto della quale io, poichè ho il bene di poterle parlare liberamente, vengo a chiederle conto e ragione del suo modo di procedere a mio riguardo, che mi permetto di qualificare poco civile, indegno d’un militare onorato, villano e peggio.
Von Klernick era diventato scarlatto dalla collera.
— Signor!... Signor conte!... Voi m’insultate...
— Avete la compiacenza di sospettarlo? Che degnazione di furberia e che miracolo di penetrazione!... Ma non è esatto nè anche questo. Io non faccio che qualificare il vostro contegno verso di me, che fu sempre tutto una provocazione ed un insulto.
L’austriaco, dominata alquanto la sua collera, guardò dall’alto al basso il piemontese.
— Ma che cosa volete? Che pretendete da me? Forse che io mi batta con voi?
— Siete davvero in vena di prodigi stassera in fatto d’intelligenza!
L’ulano sembrò esitare un momento.
— Eh via! — disse poi, — io non posso battermi.