Alfredo ed Ernesto scesero lentamente le scale, giù delle quali faceva loro lume la serva; Pietro, appena fu solo colla Carlotta, le disse:

— Or dunque ricordati bene tutto quanto già ti ho detto. La famiglia di tua madre fu sempre qui a Parma un’onesta famiglia: tua madre fu un’onesta donna. Che tu a Milano, dove sei nata e cresciuta, faccia quello che ti pare e piace, posso dolermene, ma pazienza! Tuo padre fu un cattivo soggetto, che dopo aver fatto morire sua moglie di crepacuore, non è stato capace di dare a te una virtuosa educazione, e t’ha gettata, per guadagnarsi un po’ di denaro, sulle tavole d’un palco scenico. Io non abbandonerò la mia città per correre colà a impedirti di infamarti e punire i tuoi trascorsi; ma qui dove si conosce la tua gente, qui dove ci son io, che ho moglie e figli e che ci tengo a serbarmi nome onorato, qui, per Dio, non ti lascerò fare la mala femmina a niun patto. Tu non vedrai più quel tedesco ancorchè avesse da uscire incolume da quel duello, e finite le poche rappresentazioni che pur troppo hai da dar qui, andrai a Firenze per dove domani stesso accetterai e firmerai la scrittura che ti si propone...

— Ma... — si avventurò la ballerina ad interrompere.

— Nessuna osservazione! — gridò Pietro. — Se tu non mi obbedisci avrai da pentirtene amaramente; e per prima cosa ti farò fischiare in tal maniera da dover calare la tela... te lo prometto io... Non ci sarà che da spargere voce che tu sei la ganza d’un austriaco...

— No, no, per carità! — esclamò la ragazza spaventata.

— Dunque siamo intesi. Condotta inappuntabile finchè resterai qui a Parma, e al mio ritorno da Castel San Giovanni firmata la scrittura di Firenze.

Non attese neppure la risposta, non disse una parola nè fece un atto di saluto, e corse via per raggiungere i due giovani che già erano discesi nella strada.

Si era oltre la mezzanotte: tutta la città era tranquilla e muta proprio come un sepolcro; rari lampioni sparsi qua e là rompevano appena la fitta tenebra: i passi dei nostri tre personaggi risuonavano cupamente, con una specie di eco sorda nel silenzio di quell’oscurità.

— Dove andiamo? — domandò Valneve fermandosi ad un crocicchio.

Alfredo trasse l’orologio e guardò l’ora al chiarore del fanale che era appiccato alla cantonata: mancava un quarto ancora, ed egli, impaziente di trovarsi là dove gli aveva detto la cartolina della baronessa di Muldorff, rispose: