— No signore: io non ho ricevuto altro ordine che di andarle a dire il ricapito e che era aspettato.

— Siete un servo di... di quella persona voi?

— No signore: io sono un commissioniere... Pei forestieri faccio anche ciò che si usa chiamare servo di piazza, e se la S. V. medesima può aver bisogno di me, non ha che da domandare di Michele al Caffè che si trova sulla piazza Grande...

— E così ora, per introdurmi presso chi vi ha mandato?....

— Io non ho più da immischiarmene. Lei non ha che da salire a quel secondo piano, e certamente troverà chi sarà destinato a riceverlo.

— Va bene... Allora siete in libertà.

Levò di tasca un portamonete e lasciò cadere nella mano di quell’uomo un tre o quattro lire.

— Grazie infinite! — disse quell’altro inchinandosi umilmente. — Si ricordi, se mai le occorre qualche cosa, Michele al Caffè della Piazza Grande.

E data una sbirciatina al conte di Valneve e a Pietro Carra, che erano pochi passi discosto, partì sollecito e subito si perdette nell’oscurità della notte. Chi gli avesse tenuto dietro, lo avrebbe visto camminare frettoloso verso il palazzo dov’erano l’ufficio e l’abitazione del Direttore di Polizia, e là, colla sicurezza di chi è di casa, entrare, esservi ammesso e penetrare, senz’indugio, fino nella camera medesima del Pancrazi.

Appena allontanato quel Michele, il conte di Valneve disse premuroso ad Alfredo: