— Qualunque cosa sia venuto a dirti quell’uomo, qualunque rapporto tu abbia con esso, guardati bene, egli è un agente della Polizia.

— Che m’importa? — rispose impaziente il Camporolle. — Egli mi ha guidato dove volevo, mi ha recato l’imbasciata che più desideravo..... Ora lasciatemi: io bisogna che penetri là.

— Là dov’è andato il duca? — domandò Ernesto meravigliato.

— Sì.

— Ma bada bene! Tu ti metti evidentemente in un pericolo! chi sa che qui non ci sia un tranello.

— Qualunque cosa sia, bisogna ch’io ci vada e ci andrò. Non sai che questo momento sono mesi che l’aspetto, che lo desidero, che lo sogno?... Tu Valneve, causa un semplice puntiglio, hai fatto e stai facendo delle pazzie per una ballerina: pensa che cosa non devo fare io per una passione fortissima, disperata.

Nessuna parola valse a trattenerlo.

— Ebbene, — finì per dire Ernesto — va pure e che Dio t’accompagni; ma io non t’abbandono affatto, e ricordati in ogni caso che qui fuori avrai un amico che aspetterà la tua uscita... che è pronto ad accorrere al tuo appello.

— Saremo anzi in due, — aggiunse Pietro Carra, — perchè anch’io starò ad aspettarla insieme col signor conte.

Alfredo strinse le mani di quei due recenti, così zelanti amici, e si slanciò correndo nella porta della casa dove abitava la baronessa. Giunto al secondo piano trovò l’uscio dell’alloggio aperto e l’anticamera illuminata; vi entrò palpitando. Una donna che evidentemente aspettava gli corse incontro, l’indice alle labbra, a raccomandargli il silenzio, lo prese per mano e lo trasse con sè sollecita camminando con precauzione, in certe stanze scure, dove il rumor dei passi era ammortito da spessi tappeti.