Quella donna era la governante che accompagnava sempre la baronessa.
XVIII.
La mattina di quel giorno medesimo in cui ella era poi comparsa al teatro a destare tanta curiosità di sè, la baronessa di Muldorff, come aveva detto Pietro Carra, era arrivata ad occupare quel suntuoso appartamento che da parecchio tempo si teneva preparato per lei, e in faccia al quale trovavasi l’abitazione del sellaio cugino della Carlotta ballerina.
Appena giunta e neanco riposatasi, nè rifocillatasi, la forestiera aveva avuto un colloquio da solo a sola, nel suo gabinetto accuratamente chiuso, con un uomo che venne da lei coperto di mantello, celato quasi affatto il viso, come appunto quel tale che era stato a trovarla misteriosamente in Bologna e aveva eccitato in sì fiero modo i sospetti, la gelosia e la collera di Alfredo di Camporolle; anzi se quest’ultimo fosse ora stato lì a vedere costui, avrebbe di certo riconosciuta in lui l’andatura di quel primo, anzi perfino lo stesso mantello onde tutto si copriva.
Quando l’uscio del gabinetto della baronessa si fu richiuso alle spalle di quest’uomo, la signora disse:
— Qui siamo soli e affatto sicuri.
Egli si tolse il mantello e lo gettò in un canto, si levò il cappello, si sbarazzò della fascia di cui si cingeva il mento e lasciò scorgere l’antipatica fisonomia del Pancrazi, il direttore della Polizia.
Quell’uomo e quella donna stettero l’uno in faccia dell’altra, guardandosi poco meno che come due avversari, certo come due che tentassero dominarsi a vicenda; non si diedero saluti, nè si fecero complimenti.
— Sarete contenta d’essere qui finalmente? — disse lui.
— Sì, finalmente! — rispose la donna con una cupa energia. — Non ho voluto venire che quando avessi tali pretesti, tali ragioni da non destare più il meno sospetto in... colui.