Il Pancrazi ebbe un leggerissimo movimento delle labbra scialbe e sottili, che la donna interpretò per un sogghigno.
— Sissignore, — insistè essa con forza: — — lo sento in me. Avevo la capacità e fors’anco l’amore del bene. Sono invece diventata un’empia, malvagia femmina; un dèmone di tristizia, di corruzione, d’ogni male. Chi l’ha voluto?... Voi conoscete la mia vita, voi mi avete vista bambina nelle mani di uno scellerato saltimbanco...
Il direttore di Polizia contrasse un istante le cascanti fattezze della faccia incartapecorita e fece un movimento colla mano, come a significare che quelle memorie erangli presenti, ed era superfluo il richiamarle.
— Chi mi ha voluta qual sono? Chi mi ridusse tale?... Sono i casi, sono le condizioni in cui vissi, è il complesso di tutte le vicende per cui si manifestano la volontà e l’opera della Provvidenza... se pure c’è una Provvidenza. Chi sa che in me appunto questa non abbia voluto preparare uno stromento da punire quell’altro tristissimo, scelleratissimo!... Esso è un mostro d’uomo: bene, ecco che si è suscitato a preparargli il giusto destino che gli spetta un mostro di donna... Ma non sapete voi che io, quel ridicolo eroe di prepotenza, d’immoralità, di cinismo l’ho detestato sempre, anche quando colle mie seduzioni gli facevo dimenticare sul mio letto di cortigiana il gran collare dell’Ordine dell’Annunziata?... Anche prima di quella tragedia fatale?.... Ma poi quando questa avvenne!... Ho amato al mondo un uomo solo: prima di lui non avevo amato nulla nè nessuno; dopo di lui non ho potuto nè potrò più amar nessuno, nè nulla mai! Ma quell’uomo l’ho amato con tutta la forza, con tutto l’impeto, con tutto l’ardore della mia anima, e per lui avrei affrontato non solo i dolori e i pericoli e le autorità della terra, ma l’inferno, l’eternità e Dio!... La prepotenza umana, quello che si chiama la legge, che osa dirsi la giustizia, me lo strappa, me lo condanna a morire, lui giovane, bello, forte, superiore d’ingegno, d’animo a tutti.
— Quell’uomo era un assassino, — disse a mezza voce, ma spiccato il Pancrazi.
La donna fe’ un balzo, come pantera ferita, si drizzò della persona fieramente, e con uno scoppio di voce a cui s’accompagnava lo scintillar dello sguardo, gridò:
— Che m’importa?... Assassini sono pure i re, sono i soldati, sono i giudici... Gian-Luigi, vi ripeto, era un essere al di sopra degli altri uomini... Che egli abbia dovuto morire fu una empietà, fu una barbarie, fu quello un vero delitto... E costui, questa caricatura di principe avrebbe potuto salvarlo... Io mi trascinai in ginocchio a’ suoi piedi: io lo supplicai coll’ardore, coll’umiltà, colla adorazione, con cui una santa supplica Iddio. Egli avrebbe potuto ottener grazia dal re Carlo Alberto: avrebbe potuto farlo fuggire... Saremmo andati io e Gian-Luigi, tanto, tanto lontano che nessuno avrebbe più saputo nulla mai di noi: saremmo vissuti così felici! Saremmo stati convertiti ambedue al bene... No, quello sciagurato mi respinse, mi schernì... e fui costretta io stessa colla vostra protezione... — fece una brevissima pausa, e poi soggiunse con voce più bassa, ma quasi fremente: — che voi mi avete venduta a un caro prezzo.
Il poliziotto stette impassibile: sollevò i suoi occhi spenti in volto alla donna e disse lentamente:
— Voi odiate dunque anche me, e non mi avete perdonato, nè perdonerete?
— Voi! — esclamò essa con un accento in cui era appena mascherato un certo disprezzo. — Voi no, non odio... quello che ho pel principe è tale che assorbe tutto.... Voi d’altronde mi siete necessario al compimento della mia vendetta; e avete pur giurato di servirmi.