Gli diede le istruzioni perchè Alfredo ricevesse a tempo quel suo bigliettino e perchè poi fosse condotto da lei all’ora posta.
— E poi? — domandò la spia.
— Niente!... Per questa sera basta.
Finito lo spettacolo la baronessa fu a casa e indossò una stupenda vesta da camera che mirabilmente aiutava l’efficacia della provocante di lei bellezza; e nel suo salotto pieno di fiori che profumavano l’aria, pieno di luce che faceva brillare gli specchi, i bronzi dorati, le cornici, le sete dei mobili suntuosi, stette aspettando con sulle labbra un certo sogghigno che avreste detto pieno di mal talento.
Era vicina l’ora in cui Alfredo sarebbe giunto, quando essa udì nella stanza che precedeva il salotto un vivace scambio di parole, quasi un diverbio, in cui si facevano sentire, oltre la voce della governante di lei, quella di due uomini, fra cui più alta e imperiosa una, che la fece trasalire, impallidire, poi arrossire.
— Il duca! — ella disse a sè stessa con un’emozione di stupore insieme e di maligno soddisfacimento. — Possibile! Sì, quella è la sua voce.
Senza aspettar altro si slanciò essa stessa nell’antisala. Si trovò innanzi la faccia insolente e tracotante di Carlo III di Borbone duca di Parma. Vicino a lui stava il tenente colonnello conte Luigi Anviti, e sulla soglia i due gendarmi in abiti borghesi che avevano scortato il principe, duri, impalati, nella postura del soldato senz’armi innanzi al suo superiore, pronti ad ogni cenno.
XIX.
Arrivati all’uscio dell’appartamento della Zoe, il duca e l’Anviti l’avevano trovato aperto e senza punto esitare erano entrati. L’anticamera era deserta, debolmente illuminata da una lampada appiccata alla parete.
— Andiamo avanti; — disse il duca spingendosi verso l’uscio che si trovava in prospetto a quello d’entrata e che doveva certo introdurre nell’appartamento.