— Era dunque un altro che aspettavi, eh? sempre bella e scellerata peccatrice!... E codesto altro non può essere un principe, che di principi qui non ce n’è... nemmeno quel povero principe K... che t’ha cacciata nella... diciamo nella diplomazia... E sono curioso di sapere chi sia nella mia capitale il fortunato che ti ha fatta venire.
La Zoe, forse per risparmiarsi la risposta, si voltò verso il colonnello Anviti.
— E Lei, signore, s’accomodi.
— Ah! non te l’ho presentato: — proruppe il duca: — è il conte Luigi Anviti, tenente-colonnello della mia gendarmeria, uomo fatto apposta per quella carica... e per me.
L’Anviti si pose sopra una semplice seggiola a quattro passi più in là del duca, e disse con accento devoto di abile cortigiano:
— Nessuno certo incontrerà mai S. A. che sia più fedele di me, più disposto a dare per Lei tutto il suo sangue.
— Sicuro, sicuro! — esclamò il principe: — epperò questo bravo Anviti è la befana di quegli straccioni di liberali che l’odiano come i topi fanno del gatto... Va là, mio caro colonnello, che, se non ci fossi io e quei scellerati potessero averti nelle mani, ti farebbero passare un brutto quarto d’ora.
Rise grossolanamente.
— Oh! non ne dubito: — aggiunse, il conte, ridendo anche lui, forse con non troppa buona voglia: — ma per fortuna V. A. c’è e siamo noi che abbiamo quei scellerati nelle mani.
— Li abbiamo!... Fra te e il Pancrazi sapete strappar per bene la gramigna delle velleità rivoluzionarie che tenta pullulare nel mio Stato. Il tuo principe K., mia cara Zoe, mi ha fatto un vero regalo designandomi per direttore di Polizia quel brutto muso del Pancrazi... Ma frattanto tu non hai risposto alla mia domanda, biricchina: chi è che stavi aspettando?