— Nessuno: — rispose la baronessa. — V. A. sa come io ami vegliare la notte...

— Sì... sei un animale notturno... come le civette: — interruppe il duca ridendo sguaiato.

Il colonnello Anviti fece eco a quel riso: la donna schiuse le sue labbra color di sangue ad un leggero sorriso e senza parlare si chinò sul fuoco a rassettarvi colle molle i tizzi che bruciavano.

— Ma ripeto, — continuò il duca, — che per vegliare da sola non si tiene un salotto come questo così galantemente illuminato, non si accende un fuoco come quello e non si fa un’acconciatura da tentatrice di S. Antonio come quella che tu porti.

Zoe levò il capo e rispose lentamente, punto per punto, con una specie di pedanteria:

— Io amo la toilette per me medesima: anche stando sola ho bisogno d’un bel fuoco, perchè sono molto freddolosa: e benchè sia un animale notturno, come dice V. A., mi piace l’allegria della luce.

— Insomma, non vuoi parlare... Già sei una ostinata, me lo ricordo bene... Ma anche col tuo silenzio, se noi vogliamo venir in chiaro della verità, bada che sapremo riuscirci. Abbiamo una Polizia, per la quale i muri delle case sono di vetro: non è vero, Anviti?

L’interpellato fece un profondo inchino in segno d’assentimento.

— Non ne dubito, — disse la donna con leggero accento d’ironia. — E io dunque lascio alla onniveggente Polizia di V. A. lo scoprire il segreto che non c’è.

— È quasi una sfida che tu ci fai! — esclamò il duca. — Va benissimo!... Anviti, tocca a te a raccogliere il guanto. T’intenderai col Pancrazi, metterete in campo i vostri più abili e solerti agenti, e non sei che un minchione se domani stesso... anzi di questo medesimo giorno che è già incominciato, poichè siamo all’una e mezzo, tu non sai venirmi a dire perchè la Zoe è venuta a Parma e chi s’aspettava di ricevere questa notte.