“Che hai?” gli domandò la madre, che vide negli occhi di lui una luce più viva.
“Penso a Maria:” disse Guido con nuova espressione. “Povera orfana!”
“Orfana!” ripetè Anna con voce che suonò come un singhiozzo. “La povera zia, adunque?...”
Si perdevano nell'aere vespertino gli ultimi rintocchi della campana. Anna si abbandonò nel fondo della carrozza, e si coprì il viso col fazzoletto. La casa che era stata del padre di Anna, era venuta in mano di estranei; non avevano l'Anna e suo figlio dimora alcuna in quel paese, che fosse pronta ad accoglierli. Guido, salendo nel legno presso la madre, ordinò al vetturino di condurli alla miglior locanda. Colà il figliuolo volle che Anna si mettesse a letto, e capitatogli un monello, lo aveva mandato, come abbiamo visto, ad avvisare il parroco del loro arrivo.
Mezz'ora dopo, la voce del vecchio sacerdote diceva all'uscio della stanza in cui erano Anna coricata e Guido a tenerle compagnia:
“Si può?”
“Avanti, avanti!” rispondeva sollecito il giovane, e si alzava con premura a muovere incontro alle due persone che entravano.
IV.
Il parroco entrò primo, e dietro lui, tirata per mano, Maria, la quale camminava con evidente ritrosia, gettando tutt'intorno sguardi quasi atterriti coi suoi grandi occhioni selvaggi. Dopo aver chinato la sua bianca testa in un saluto a Guido e alla donna, che s'era levata con vivace mossa a sedere sul letto, il Prevosto disse:
“Riverisco, signor mio; signora, le son servo.”