Per Guido, che colla sua artistica immaginazione di quella giovinetta s'era formato un tipo, fu quella una disillusione completa. I raggi delle candele che illuminavano d'una luce rossiccia la stanza, cadendo di sbieco sul corpo magro e disadatto della giovinetta, ne facevano risaltare più sfavorevolmente che mai i contorni angolari; la testa grossa, con una massa enorme di capelli in disordine, pareva una matassa arruffata senza forma e senza figura; le membra gracili e tirate avevano un'infelice durezza di linee; la gonnellucciaccia che le pendeva dai fianchi malamente sfilacciata, a brandelli, era fatta apposta per accrescere l'aspetto disavvenente della sua persona. L'avreste detta una selvaggia di quelle tribù a cui non sono concesse le soavi grazie che fan leggiadro il sesso femmineo della razza indo-europea.

“Vieni,” ripeteva ancora la madre di Guido, “siamo tuoi congiunti, noi; io sono tua cugina, e questi, che è mio figlio, è tuo cugino ancor egli.”

“Sì,” disse il giovane avvicinandosi alla ragazza e tentando di pigliarle una mano: “siamo cugini.”

Ma ella ritrasse vivamente la destra che Guido cercava, e si tirò in là.

“La è semplice, la è semplice;” tornò a ripetere il parroco, dondolando la testa, “bisognerà aver pazienza; ma è buona come il pane e ubbidiente a dovere. La nonna ne faceva ogni sua volontà.”

Poi volgendosi a Maria:

“Questi signori ti vogliono bene, sai, e tu hai da voler bene a loro. Sono venuti qui apposta per te, ed è la nonna che loro ti affida e che per mezzo mio ti comanda di amarli.”

La fanciulla nè si scosse nè parlò.

“Maria,” riprese a dire Anna con affettuoso calore, “noi ti amiamo davvero come t'amava la povera Marta.... Ah! perchè non è ella più qui a conoscer quale affetto io avessi tuttavia per lei! Ah! perchè non l'ho potuta almeno abbracciare anche una volta!...”

E sopraffatta dall'emozione ruppe in pianto.