All'inverno, in città, le relazioni fra Guido e Maria, invece di farsi più intime, erano venute diminuendo di famigliarità, come anche di amorevolezza. A breve andare era sfumato affatto lo zelo di Guido per istruire la cuginetta, e perchè egli era stanco della durezza d'intendimento della ragazza, e perchè ritornato alle sue occupazioni artistiche e agli spassi della vita cittadinesca. Con Maria e' non si trovava più che all'ora del desinare, dove ella non parlava mai, fuori che quelle poche e volgari parole che erano necessarie: e quando Guido recavasi a stare un poco in compagnia della madre, per uno di quei confidenziali, amorevolissimi colloqui, a cui erano avvezzi, e in cui si trovavano tanto bene ambedue, la giovanetta, la quale di solito non si staccava mai dall'Anna, sentendosi d'impaccio in tali momenti e messa in gran suggezione dalla presenza del cugino, era lesta a rizzarsi, pigliare il lavoro e ritirarsi nella sua camera.
Colla buona, dolce ed amorevole creatura, che era la madre di Guido, Maria, a poco a poco era pur venuta, per così dire, addomesticandosi; e se non con molte e aperte parole mai (chè la sua natura era e pareva farsi ogni giorno più taciturna), cogli atti e coll'aspetto veniva mostrandosi e riconoscente e benevola. Sempre strana del resto, la vista della gente pareva farle paura: fuori che dell'Anna, incurante d'ogni altro: salvo quelle cose che giovassero alla cugina, tutto il resto ella faceva con isbadataggine e coll'apatia, si sarebbe detto, d'un essere poco intelligente e meno sensibile. Di frequente la giovanetta ricadeva in una specie d'astrazione, rimanendo immobile, muta, collo sguardo fisso e senza luce, colla mossa e coll'aspetto d'una statua di cera. A che pensava ella in quei momenti? Forse non lo sapeva neppur essa e, di certo, a nessuno era disposta a dirlo.
In breve tempo Anna aveva sentito la compagnia della povera orfana farlesi gradita ogni giorno più, infine quasi necessaria. Invero, senza che paresse, non c'era cosa di cui la madre di Guido avesse desiderio o bisogno, che la taciturna Maria, chetamente, con certe sue mosse destre nella loro grossolanità non fosse lì tosto a procurargliela o farla. Se Anna volgeva lo sguardo alla fanciulla non era mai che questa le mostrasse, come si suol dire, il bianco degli occhi; ma se ella era assorta in qualche pensiero, od occupata in alcun modo da non badar più alla compagna, allora Maria alzava adagio adagio i suoi grandi occhioni sulle belle fattezze della cugina, e stava lì con ammirazione, con affetto, a contemplarla tutto quel tempo che a lei non si faceva attenzione; ma appena la madre di Guido accennava accorgersi di essere così guardata, la giovinetta s'affrettava a chinar il capo sul suo lavoro, e non ne staccava più gli occhi.
Così, man mano erasi venuta avviando ed accrescendo una confidenza affatto intima fra la donna e la ragazza, tale però che, non uscendo mai quest'ultima dalla sua taciturnità, era la madre di Guido che trovava in quella domestichezza lo sfogo dei più minuti e delicati fra gl'interni affetti. E questi affetti quale scopo, quale argomento avevano che non fosse Guido? Parlava adunque di lui quasi sempre l'amorosa madre; poi veniva narrando a Maria del suo passato e la mesta storia de' suoi amori tornava sovente del paro sulle labbra della virtuosa donna, che tutta viveva e nelle memorie del tempo trascorso, e nell'amore grandissimo all'unico suo figliuolo.
Questi aveva visto con piacere come la compagnia dell'orfana tornasse di sollievo alla madre; e poichè ora una persona affettuosa e sommessa era lì continuamente, in assenza di lui, a indagare, indovinare e adempiere ogni desiderio e ogni bisogno di sua madre, Guido, forse senza pur volerlo, s'era lasciato prendere maggiormente dagli svaghi della vita mondana e dalle abitudini meno casalinghe della spensierata allegria d'artista. Tutte quasi le ore delle sue giornate egli passava nello studio, visitato spesso da amici e da compagni, e la sera qua e colà nei convegni, ai teatri, alle feste.
Di Maria, Guido si dava poco pensiero; aveva rinunziato affatto alla parte di maestro della giovinetta, nè si curava di domandare se e come questa profittasse degli ammaestramenti della buona Anna e degl'insegnanti che si erano chiamati per lei.
Trascorsi così l'inverno e la primavera, sopraggiunse l'estate. La salute di Anna veniva raffermandosi assai bene; non così quella della povera Maria. Fosse il nuovo genere di vita fatta sedentaria in città, da libera e vagabonda in campagna ch'ella era prima; fosse l'effetto di quanto la poverina aveva sofferto di stenti e di privazioni durante l'anno di malattia della nonna; fosse soltanto la crisi dell'adolescenza, il vero è che di giorno in giorno la giovinetta dimagrava e impallidiva, le si affondavano le occhiaie, la fronte e le guancie le si colorivano di tinte livide, smorta le si faceva sempre più la luce degli occhi, il petto le veniva affannato da certi soffocamenti per cui le era quasi tolto il respiro, e i polmoni aveva scossi da una tosse irritata e profonda.
Anna più volte aveva con premura interrogata la ragazza e pregatala dicesse se e che male si sentisse; ma ad ogni volta Maria, assalita da una fiamma di rossore fino sulla fronte, a cui tosto succedeva un pallore di morte, aveva risposto ratto non aver male di sorta, e s'era allontanata; fino a tanto che aumentando sempre cosiffatti sintomi, la madre di Guido, che n'era inquieta dimolto, aveva mandato pel medico di casa e senza dir nulla alla giovinetta, avevala fatta trovare un bel dì faccia a faccia col dottore preavvisato di tutto.
Esaminandola attentamente, il medico fece con amorevolezza alla giovinetta le volute interrogazioni, a cui ella rispose, come soleva colla cugina, mal vogliosa e passando dal rossore alla pallidezza: e sarebbe scappata via, se il dottore non l'avesse trattenuta per una delle mani lunghe, magre, umidiccie d'un freddo sudore.
Appena il medico ebbe lasciata andare quella mano, Maria guizzò verso l'uscio per fuggire.