Atanasio venne da quella parte, passò lentamente innanzi a quella facciata, con lo sguardo fisso nel chiarore che usciva da que' cristalli.
La luna in quel momento batteva di pieno sul terrazzo; l'operaio ci vide l'ombra d'un uomo che andava e veniva; poi quell'uomo si fermò, si appoggiò coi gomiti alla ringhiera e la luna ne illuminò completamente la faccia ch'ei volse in su: era Pietro Frangia che fumava un sigaro a quella brezza notturna. Atanasio si voltò per allontanarsi, ma il suo principale l'aveva visto.
“Olà! Ehi!... se non m'inganno, tu se' Atanasio:” gli gridò. “Alto, Atanasio!”
Questi, benchè a malincuore, dovette fermarsi.
“Buona sera, sor Pietro, sono appunto io.”
“Vieni qua. Dove vai girando? Le serate incominciano ad esser freddine.”
“Non mi pare:” rispose Atanasio, che in verità non sapeva bene che si dicesse, tutto preso da un nuovo e molesto impaccio in presenza al suo giovane padrone. “A me piace il fresco.... Ho il sangue acceso addosso.”
“Eh! lo capisco. Il fuoco della fucina!... Ma io pure ho una smania questa sera.... To'! mi arrivi proprio a tempo. Ho bisogno di prender aria e di far moto; e ho bisogno d'un confidente. Tu mi accompagnerai a passeggiare; e qual confidente migliore posso io avere di te, che mi sei come fratello?”
Atanasio sentì che avrebbe pur dovuto rispondere qualche parola, ma non seppe cosa dire; e pensava frattanto:
— Confidente!... che confidenze vuol egli farmi? —