“Sì; lo vedevo tutti i giorni là davanti con una faccia così sofferente e così mesta che, davvero, a non averne compassione, bisognerebbe esser peggio che insensibili.”
“Hai ragione. Anch'io lo compatisco e dimolto. Ma ne sai tu il perchè?”
“Perchè?” domandò Maria alzando gli occhi dal lavoro e fissandoli in volto a Guido.
Questi aveva il cuore che gli palpitava forte forte, e le labbra che gli tremavano nel rispondere.
“Perchè t'ama non riamato....”
Si tacque di subito, come se a proseguire gli mancassero la voce e la forza.
Maria non disse nulla; riabbassò il suo sguardo, e la mano corse spedita come prima sul suo lavoro.
XI.
A un tratto Guido fu colto da un nuovo ardore pel lavoro, e per l'arte sua, cui da tempo veniva trascurando. Tutto il giorno oramai se ne stava chiuso nello studio; compariva appena alle ore del desinare; non usciva di casa, non riceveva più nemmeno i suoi amici, di nulla piacendosi che d'esser solo all'opera colla sua ispirazione, innanzi alla massa di creta che veniva plasmando. Colà si provava ad eseguire quella creazione che da un pezzo tentava la sua fantasia; imperocchè essa ora imperiosamente domandava di venire effettuata, ed egli obbediva modellandola in una statua di donna. Come avete indovinato di certo, in quella statua, alla bellezza corporea d'una Venere, l'artista aveva congiunto la leggiadria di volto e l'espressione di superba nobiltà che erano in Maria.
A costei Guido non aveva pur fatto cenno di ciò. I lineamenti di lei aveva egli sì bene stampati nella mente, che non gli occorreva vederseli innanzi per ritrarli. Al corpo medesimo aveva dato l'atteggiamento e la mossa dell'adorata fanciulla; nè aveva voluto per esso avere alcun modello, parendogli questa una profanazione; ma tutto veniva facendo col riprodurre nella creta quell'immagine splendida di fisiche perfezioni che stava incessante innanzi alla sua fantasia d'artista.