“Ciò non va bene.... Glielo dirò.... Mentre si sta lì, senza un sospetto al mondo, esserci uno sguardo che vi scruta, vi divisa uno per uno ogni tratto, ogni mossa.... No, no, non mi piace.... E mi piace tanto meno ch'egli si tenga quella statua. Che cosa sono io per lui da voler egli possedere la mia immagine? che glie ne importa?”

Ma qui la sua mente fu certo invasa da altre idee, poichè ella chinò il capo, stette riflessiva, e una leggiera fiamma di rossore le salì alle guancie.

Rimasta un poco di questa guisa, meditando, levò quindi la testa con risoluzione e disse:

“Voglio vederla codesta meraviglia.”

Chiamò la serva.

“Quando Guido sia uscito,” le disse “venite tosto ad avvisarmene.”

Lo studio dello scultore era a pian terreno nel cortile, e dal quartiere dei mezzanini, abitato dalla famiglia, scendevasi in esso per una scala interna a chiocciola. Maria non era entrata in quel vasto stanzone che pochissime volte, e perchè raramente le accadeva di doverci andare, e perchè provava una tal qual ripugnanza a metter piede là dentro.

Ora, quando la serva venne a dirle esser Guido partito, la fanciulla si diresse risolutamente verso la scaletta a chiocciola, col suo passo franco e leggiero. La donna accennò di seguirla.

“No;” le comandò Maria con accento che non ammetteva replica: “tu sta' qui.”

Scese la scala, sollevò la tenda di grosso pannolano che pendeva innanzi all'uscio ed entrò.