Cosa strana, e che non capiva ella medesima, e che non le era capitata da un pezzo, il suo cuore palpitava per un'inesplicabile emozione.

Nello studio entravano da due alte e larghe finestre splendide cascate di raggi di sole. Alle pareti dipinte di color grigio, si vedevano appese tutto all'intorno braccia, gambe, mani, piedi, torsi, capi modellati in gesso sui capolavori dell'antichità. Una copia, grande come l'originale, del famoso Fauno della villa Albani si contorceva in un angolo; un Mercurio di Gian Bologna si slanciava verso il cielo da un'altra parte; una Venere dei Medici pareva volere scaldar la sua nudità a quel sole, il quale tracciava traverso la stanza due ampie striscie luminose tutte piene di atomi brillanti; mentre un Apollo del Belvedere sorgeva in tutta la sua maestosa bellezza di dio che s'è vendicato.

Maria stette là in mezzo, press'a poco come un timido che entri in un'adunanza dove persone ed usi sieno a lui affatto sconosciuti. Le parve una voce intima le dicesse, quello non esser luogo da lei; la sua curiosità essere poco meno che una sconvenienza; dover ella tosto di là allontanarsi.

Nel mezzo dello stanzone, là dove meglio batteva la luce, sorgeva una mole sopra uno di quei piedistalli di legno che girano su d'un pernio, dei quali si servono gli scultori per modellare la creta; e codesta mole era accuratamente tutta coperta da una gran tela inumidita.

Maria pensò tosto che quella esser doveva la statua colle sembianze di lei, per veder la quale soltanto era essa colà venuta; ma ebbe una certa peritanza, non che a scoprirla, pure ad accostarsele. La guardò un poco, così come ella appariva, sotto quel mistero di pieghe cui le faceva intorno il panno gittatovi su; e poscia ne sviò lentamente gli occhi a mirare, un dopo l'altro, i vari pezzi di scoltura che ornavano lo studio. Ella non aveva ancora mai sentito nè cercato quel diletto che provasi dalle persone di gusto artistico nella contemplazione delle bellezze dell'arte. Ora in presenza della pura leggiadria dell'Apollo antico, dell'eleganza di quel Mercurio che vola, della grazia della Psiche del Canova, del sentimento della Preghiera di Pampaloni, provò ella come una rivelazione, come un subito ammaestramento a un linguaggio sublime, sino allora ignorato.

Prima di tutto una specie di turbamento s'impadronì di lei; quella tal voce segreta le sussurrava ancora che di là si partisse, non mirassero gli occhi suoi quegli oggetti; ma la casta bellezza di quelle forme aveva pure un fàscino a cui la non poteva resistere.... Quali pensieri le passassero per la mente, chi li può dire? Non seppe esprimerli mai neppure ella medesima. Certo è che sulle sue sembianze passavano avvicendandosi, e come rincorrendosi, le tracce di mille sentimenti, di mille affetti i quali parevano agitarsi e combatter tra loro nel contendersi l'animo di lei, e poi, cessando tutti a un tratto, lasciarla ripiombare nell'assopimento della sua primiera apatia.

Se non che la vista d'un altro oggetto venne a suscitarle nuove sensazioni e nuovi pensieri.

In un angolo dello stanzone presso ad una stufa di ghisa che alzava il suo tubo contro la parete, stava spiegato, come per formare un ripostiglio, un paravento, e sopra questo, un abito e uno scialle di donna buttati là a casaccio.

Perchè quella vista riscosse la indifferente Maria? Essa tenea su que' panni gli occhi fissi, conturbati, come all'aspetto d'una subita minaccia. A chi apparteneva quella roba? C'era forse una donna nascosta là dietro, la quale l'avesse sino allora osservata, mentre Maria si credeva sola? Quest'idea la fece arrossire. Si alzò con coraggio e camminò risoluta verso quel paravento. Dietro non c'era nessuno; ma palesi e numerose ci si vedevano le traccie di passaggio e dimora di donne. Uno specchio alla parete, con un tavolino dinanzi, pettini, forcine da capelli, spille e spilloni da appuntare i panni, qualche nastrino, un guanto femminile, vasettini di pomata. Era difatti colà dove si ritiravano a spogliarsi e rivestirsi le modelle.

Che cosa mai passò per la testa alla fanciulla? Il suo volto prese un'espressione di mal talento, di dispetto insieme e d'ironia. I suoi occhi caddero per caso sullo specchio, e vedendovisi colle sopracciglia corrugate e una specie di corruccio in tutta la fisonomia, ebbe sdegno di sè medesima, arrossì, poi sorrise lievemente, come si fa dei capricci d'un bambino, e venne fuori di là.