È un cantuccio riposto, dove non penetrano le passioni e le gare degli uomini raccolti nelle agglomerazioni cittadine e spronati al male dall'interesse. Là non c'è strada di passaggio, non c'è commercio, non c'è industria, non ci sono caffè, non ci sono giornali. Un ramo assecchito di quercia indica una misera osteriuccia, composta di una sola stanzona a piano terreno, la quale vede la sua lunga tavola zoppa e le sue panche disoccupate tutta la settimana, per aspettare qualche avventore le domeniche.

Quando tutto sossopra è il mondo, appena se colà ne arriva debolmente un'eco incerta e paurosa.

In mezzo a questo sfoggio di vegetazione, spicca ancora per più fronzuta ricchezza il bosco del parco, in cui, sul culmine della collina, si drizza al cielo una fila di pini giganteschi, che hanno dovuto vedere molte generazioni d'uomini nascere e morire, e che coprono il terreno d'una oscura ombra solenne.

Il nobile padrone del castello verso gli abitanti del villaggio è cortese, generoso, caritatevole. Li ama e n'è riamato pei beneficii ricevuti, per la speranza di nuovi ch'egli è sempre pronto a rendere, per una specie d'orgoglio che sì distinta persona appartenga al paese e vi dimori la maggior parte dell'anno.

I cancelli del parco sono sempre aperti e dì e notte, tanto che, irrugginiti nei cardini, male si acconcerebbero oramai ad essere chiusi. I paesani vanno e vengono, con una libertà che non esclude il rispetto al padrone: e quando questi passeggia, ne trova sempre alcuni giù pei suoi viali, e ne viene salutato con ossequiosa famigliarità, a cui egli risponde lietamente accennando col capo e chiamando ciascuno col suo nome o nomignolo.

Sotto le ombre di quell'antichissimo parco si dànno appuntamento giovani coppie innamorate, per discorrere del loro futuro matrimonio; colà accorrono vecchierelle e ragazzi a raccogliere i rami secchi, con un fastello dei quali scendono al loro tugurio a cuocere la cena della famiglia. Alcune volte qualche tristarello sbaglia, e invece della legna secca ci viene tagliando bellamente dei rami in piena vitalità e arboscelli di buona cresciuta, il che, quando gli accade di accorgersene, sdegna non poco il proprietario.

— Ci porrò rimedio: — dic'egli allora in tono risoluto. — Il primo che io colga in sull'atto!... —

Ma il suo quos ego innocente non ha ancora recato il menomo male a nessuno.

III.

Tutti i giorni, nel gran viale dei pini veniva a passeggiare, verso le cinque del pomeriggio, un omiciattolo vestito di scuro, accompagnato da un cane brutto e vecchio, di quelli che da noi si chiamano volpini.