L'uomo faceva due o tre giri, tutt'al più, per quel viale, le mani dietro le reni, la persona curva, la testa bassa e l'occhio fisso continuamente sul cagnuolo, che correva un poco e tratto tratto veniva, la lingua penzoloni, a fregarsi alle gambe del padrone.
Quell'omaccino soleva parlare al suo cane, come avrebbe parlato ad un suo simile.
Quando il mio nobile ospite ed amico mi additò per la prima volta quest'originale, egli stava seduto per terra, e il cane, sdraiatoglisi accanto, teneva il muso sulle coscie di lui.
“Buona sera, Ambrogio:” gli disse il castellano. “Come va?”
L'uomo si levò il cappello con tutto il rispetto, ma non mosse la persona, per non disturbare il cane nel suo riposo.
“Grazie, signore, non va male.... Pomino ha corso più del solito, è qui stanco che non ne può più.”
Di primo colpo la figura di quell'uomo aveva attirato la mia attenzione.
Era egli di una bruttezza fenomenale; però non aveva nulla di ributtante. Sopra un corpo debole, esile, quasi direi rimpiccinito, si reggeva, come a stento, una testa grossa a capelli arruffati, in cui la parte superiore, e massime la fronte notevole per forti protuberanze, aveva un eccessivo sviluppo. Il volto era scarno e le guancie incavate, larga la bocca e pallide le labbra; giù in fondo alle occhiaie tralucevano occhi di color chiaro fra il grigio e il cilestre, i quali sembravano amassero nascondere la loro lucentezza sotto foltissime sopracciglia che scendevano dall'arco dell'occhiaia e dietro lunghi cigli che ne ornavano le palpebre. La carnagione aveva di color terreo; lasciava crescere a capriccio una barba rada, di colore sbiadito, oramai più che a mezzo incanutita; sulle sue labbra errava abitualmente un sorriso tra mite ed ironico, che alle volte si sarebbe potuto dir scemo, alle volte amarissimo. Nel parlare, negli atti, nel sogguardare aveva alcun che di svagato, di distratto, di noncurante, come se altrove, sempre, fosse il suo pensiero. Vestiva alla peggio panni di colore scuro, logori, che gli si serravano spiegazzati intorno alle gracili e macilenti membra.
Mentre gli stemmo innanzi, egli fissò un istante gli occhi in volto al mio ospite e poi li chinò tosto sopra il suo diletto cane. A me non fece la benchè minima attenzione.
“Ambrogio,” disse il padrone del castello, “voi m'avete del tutto dimenticato. E perchè non venite più a vedermi? Una bottiglia di quel vino che vi piace è sempre lì ad aspettarvi.”