Volli protestare che, nella mia nullità, non avevo il torto di appartenere a quella schiatta di maligni.
Ambrogio non mi lasciò dire.
“Hannovi delle eccezioni,” continuò egli, “e tanto meglio s'Ella è una di esse. Imperocchè costoro possedono sicuramente un animo onesto, il quale, avendo certo dovuto soffrire più o meno delle perfidie e delle sciagure che a tutti si avventano su quel cammino, sono disposti ad apprezzare e rispettare la risoluzione di tale, che, o per debolezza, od anzi per maggior forza, rinuncia alla lotta, e vuol morire ignorato....”
“Ignorato?” io proruppi. “E lo potete voi? E ne avete voi il diritto?... Ho scoperto in voi un talento di prim'ordine, e vengo a dimandarvi perchè lasciate infruttuoso il capitale che Dio vi ha dato, perchè private il vostro paese, il mondo d'una ricchezza intellettuale che a voi fu concessa in uso, ma i cui portati devono essere il bene di tutti?...”
Ambrogio sollevò con moto quasi impetuoso la testa, e m'interruppe con più violenza che non mi sarei aspettato:
“Perchè? Perchè ciascuno ha pur diritto a procurarsi la sua pace, la sua conservazione, la salute dell'anima sua. Come! Mi sono tratto fuori dall'inferno, e voi vorreste mi vi ripiombassi? E non sapete che l'inferno di questa vita mi farebbe dannare all'inferno dell'eternità quest'anima troppo sensitiva ed impressionabile? Non sapete che, circondato dal male, ferito, tormentato dal male, io gli ho già teso una volta le braccia, e glie le tenderei ancora; che io gli ho detto e gli direi ancora: dammi tu le armi per combattere i miei nemici, e render loro dolore per dolore, dammi tu l'orribile diletto della vendetta?... Fui sull'orlo dell'abisso, sapete, un piede già per quel declivio tremendo, alla vigilia d'esser perduto per sempre... Nulla, nulla mai potrà richiamarmi su quel lubrico, periglioso cammino. Ah! inorridite!... Sulle mie mani c'è sangue, cui non hanno cancellato tuttavia tante mie lagrime.”
Feci un moto, ch'egli interpretò certo per manifestazione d'orrore che io provassi.
“Ah! non allontanatevi da me:” soggiunse ratto e con forza. “Sono un omicida, ma non sono un assassino. La sventura ebbe parte al mio delitto, non la mia volontà... Non condannatemi, compatitemi. Io era nato per amare ed essere amato!”
Volli parlare, ma egli mi fe' cenno tacessi, e dopo un istante riprese con più calma:
“Il mio paese, il mondo, l'umanità! Che cosa possono pretendere da me? Che io non passi inutile affatto in questa vita terrena. Ebbene, io tolgo loro un vano sognatore, un infruttuoso fabbricatore di versi, per dare ad una povera popolazione un maestro che non senza effetti s'industria ad allevare generazioni migliori, redente dai pregiudizi e dalla miseria dell'ignoranza. Spogliatevi delle vostre preoccupazioni cittadine e letterarie, dei vostri pregiudizi di scuola e di salotto, dei vostri leggieri e puerili apprezzamenti da caffè e da appendice di giornale; esaminate con fredda attenzione la cosa, e conchiuderete, credetemi, essere più vantaggiosa mille volte l'opera del più umile fra i maestri di villaggio che quella del più glorioso dei poeti.”