“Silenzio!” diss'egli con forza. “Ecco i miei scolari, i miei gioielli, come a Cornelia romana i suoi figliuoli... Ecco la mia poesia, ecco la mia gloria.”

Pareva ringiovanito. S'affrettò a scendere e ad aprire la porta: una frotta frugola e clamorosa, da paragonarsi ad uno stormo di passerini pigolanti, si precipitò nella stanza intorno a lui, a serrarlo in mezzo con mille gridolini di affettuoso salutare.

Ambrogio chinò la sua testaccia grigia ed arruffata all'altezza di quelle testoline bionde, e lietamente commosso li abbracciò tutti uno ad uno. Poi si volse a me con due lagrimette tremolanti entro gli occhi.

“Ora,” disse, “io mi sento dappiù che molti nel mondo.”

Io mi accomiatai.

“A rivederci:” gli dissi. “Sento il bisogno di discorrere dell'altro con voi.”

Egli crollò il capo senza rispondermi.

“Entriamo a scuola, figliuoli miei” disse ai bambini; — e mentre io usciva, egli montava la scala, circondato da' suoi piccoli amici.

XII.

Dopo quel giorno fui più volte a visitarlo, ed egli a poco a poco si dimesticò con me in guisa che mi parve non vedesse mal volentieri la mia frequenza.