Conobbi in breve che, dotto principalmente nella storia e nella filosofia, maestro Ambrogio non era ignaro affatto di nessuna delle parti dell'umano sapere, essendo egli uno di quegli spiriti complessivi e vasti che tutto possono abbracciare.

Credo che io venissi appunto acquistando gradatamente la sua fiducia, perchè non mi dimostravo per nulla curioso dei fatti suoi, e non gli avevo mosso ancora mai un'interrogazione sul suo passato. Non già che non mi stuzzicasse il desiderio di sapere alcuna cosa in proposito; ma pensavo che una sconsiderata richiesta su tale argomento l'avrebbe di subito impermalito e posto in sospetto, con rischio di farmi perdere a un tratto tutto il guadagno che ero venuto facendo nel suo animo.

Un giorno che io non aveva più che poco tempo da rimanere in quel paese, e ch'egli mi parve più espansivo del solito, pensai inopinatamente di assalirlo con queste parole:

“Presto parto, Ambrogio, per non tornar forse mai più in questo villaggio.”

Egli non mi lasciò continuare.

“Ho pensato a codesto, e parecchie volte,” disse, “più che non avrei voluto. E talora.... vi parlo schietto.... mi parve il mio meglio; mi dicevo anzi che sarebbe stato più a mio vantaggio, o non foste venuto mai, o non vi avessi conosciuto; talora invece me ne sono sentito a trafiggere come dalla puntura di un dolore. A buono o a mal mio grado, voi avete pure nuovamente collegata la mia anima, ormai disavvezza, ad un mondo d'idee e di fatti che alla fin fine ho amato cotanto, e, partendo voi, quest'ultimo anello si rompe, per lasciarmi, proprio del tutto, senza più rimedio, ripiombare in quella solitudine desolata che ho pur voluto, che voglio sempre, che deve essere la mia sorte, ma contro cui, alle volte, si ribella l'anima mia. Mi sono proposto il quesito: se avrei dovuto scrivervi....”

“E l'avrete sciolto affermativamente, io spero. Scriviamoci, ve ne prego.... per util mio. Nei vostri colloqui io sento aver molto appreso e molto da apprendere. Da un carteggio, voi avrete per mio mezzo continuata alcuna attinenza con quel mondo esteriore a cui rinunciaste, e che pure vi è necessità di seguitare nel suo svolgimento civile e morale; e nell'espansione del vostro cuore in un cuore che vi giuro profondamente devoto ed amico, oltre che un sollievo, otterrete il giovamento di me, a cui le vostre parole saranno ammaestramento e guida e conforto.”

Ambrogio scosse il capo.

“No, no,” disse. “Partito di qui, voi mi oblierete, io vi devo obliare. Ve l'ho già ripetuto più volte: io al mondo sono morto.... In un paese colaggiù, della mia regione nativa, giace un corpo entro una fossa del cimitero, e sopravi un'umile pietra con inciso il mio nome, il nome che portai fra i viventi. Io sono uno spettro, a cui non è concesso rientrar nella vita.... e che non lo vuole. Nella vostra esistenza — poichè il caso, non la nostra volontà, ha fatto che io una qualche orma v'imprimessi — debbo passare non altrimenti che come un'ombra fugace. Sarò la memoria d'un estinto. Ora gli estinti non tornano, come il passato non si muta, come il destino non si rinnovella.... e se tornassero, quei poveri estinti, sarebbero i mal capitati.... Lasciatemi nella mia ombra di morte.”

Io volli ribattere; ma egli non mi ascoltava, assorto, come gli avveniva di frequente, nelle sue meditazioni. A un tratto si alzò, e passeggiando con agitazione per la stanza, così prese a dire: