Qui, maestro Ambrogio si tacque; e stemmo ambedue silenziosi rivolgendo in mente mille pensieri che il suo racconto aveva eccitato in me e ridestato in lui.
Dopo un istante, fu egli a riprendere:
“Ora non cercate più altro da me. L'ultimo velo di mistero che copre l'esser mio, mi è più sacro dell'onore, mi è più caro della vita. Non tentate levarlo. Andate e obliatemi. Soltanto possiate far vostro pro dell'insegnamento che contiene questa dolorosa storia delle mie vicende!
“Non è nel vano rumore del mondo che consistono le degne soddisfazioni dell'animo; non è sulla scena abbarbagliante dell'ambizione che l'uomo divenga felice e si faccia migliore. La rinomanza non è che misera vanità; il mondo inaridisce il cuore, intristisce l'anima, e fa prosperare in essa quell'iniqua pianta parassita dello spirito dell'uomo, la quale soffoca ogni buono istinto, e che si chiama egoismo.
“Io sono vecchio, sono sfinito, e mi sento con soddisfazione non lieve presso al termine d'ogni male. La verità l'ho amata sempre, e non è ora che vorrei farle il menomo oltraggio. Ebbene, vi giuro che più mi venni inoltrando negli anni, e più fui lieto del partito preso. Non dico che molte volte l'ingegno in me non si ribellasse, e non volesse dipingermi la mia come una viltà, come un mancamento al proprio dovere. Ve lo dissi già che sostenni lotte tremende, che soffrii, ma che vinsi. Se sapeste quanti, e forse splendidi, furono i frutti di certe angosciosissime veglie! Ebbi il coraggio di distrugger tutto. Nell'esercizio della virtù sconosciuta, nascosta, s'affina l'anima umana. Alla soglia dell'eternità sarà più bella e gradita, non quell'anima che sarà stata più gloriosa innanzi agli uomini, ma quella che sarà stata più benemerita innanzi a Dio.”
Fece una pausa; poscia con voce più fioca e più sorda di quel che gli fosse abituale, porgendomi la mano, soggiunse mestamente:
“Addio! Voi partirete fra pochi giorni; non è vero? È meglio che non ci rivediamo più; che questo sia fra noi l'ultimo saluto. Io vi ho detto tutto quello che avevo da dirvi. Conservatemi il segreto. Voglio morire nelle ombre che mi avvolgono..... Ma quando udrete.... e sarà presto, io spero.... che avrò abbandonata questa terra, se lo credete opportuno e giovevole, raccontate pure altrui ciò che sapete de' casi miei.”
XXIII.
Due giorni dopo io partiva da quel paese, e con mastro Ambrogio non ci vedemmo più: per due anni non ne ebbi altra novella.
L'altro dì il mio nobile amico dovette venire a Torino per qualche sua faccenda, e fu a salutarmi.