“Mi fermo qui pochi giorni soltanto” mi disse “poi torno di gran carriera alla mia montagna. Volete voi venire con me?”
“Ah! se lo potessi!” esclamai con un sospiro. “Ma noi siamo qui condannati al lavoro di Sisifo.... Intanto datemi notizie di mastro Ambrogio.”
Il volto del mio amico si fece mestamente grave.
“Quel povero Ambrogio!” disse. “Non c'è più. L'hanno sotterrato l'altra mattina.”
Mi feci raccontare i particolari della sua morte. Non era stato malato che pochi dì. Conosciuta tosto la gravità del suo male, egli aveva mandato pel sacerdote, ed aveva edificato tutto il villaggio colla santità della sua morte, come aveva fatto colla purità ed onestà della sua vita. Sulla sua fossa hanno piantato una croce di legno, e gli scolari vanno a spargervi fiori.
Così fu il suo desiderio compito. È morto sconosciuto, tranquillo, amando e sperando. L'erba d'un cimitero di campagna ne coprirà le ossa ignorate; ma io, che non l'oblierò mai, ho pensato valermi del suo permesso, e schizzarne in questi fogli la misteriosa figura.
GALATEA RACCONTO.
I.
Era il crepuscolo vespertino d'una triste giornata di tardo autunno. Grossi nuvoloni occupavano tutte le creste della catena alpina; al momento che il sole si tuffava dietro di questa, il denso velo delle nubi erasi squarciato alquanto al lembo dell'orizzonte, e n'era balzato fuori uno sprazzo di luce color rosso di fuoco, che dileguandosi ben tosto, aveva lasciato luogo ad una tinta plumbea grigiastra, che rattristava con freddi riflessi il paese e la sera.
Le foglie ingiallite si spiccavano dai castagni, e venivano giù adagino adagino, quasi baloccandosi per l'aria. Di quando in quando un buffo di vento sollevava i piccoli mucchi delle frondi cadute ed ammassate qua e là dal caso o dal lavoro dell'uomo, e avvolgendo le foglie in un turbinío, le cacciava innanzi a sè, come una nube, per lasciarle ricadere lungo la strada in una striscia che ne segnava il cammino, finchè non erano più che due o tre a rincorrersi pazzamente come ragazzi ruzzanti.