Ma, subito dopo la bara, prima d'ogni altro, veniva la povera Maria.

Era una fanciulla di quattordici anni, troppo grande per la sua età, magra, sfiancata, di volto scarno, di larghe occhiaie, in fondo a cui brillavano d'un fuoco selvaggio certe pupille d'indescrivibil colore; la pelle aveva abbronzata, i folti capelli arruffati sul capo come i serpenti del Gorgone; vestita a casaccio d'una vestucciaccia che non era fatta per dar grazia alle sue membra lunghe, ossee, dinoccolate.

Come aveva detto la donna che abbiamo udito discorrere poc'anzi, non si poteva discerner bene se questa ragazza capisse o no. Da quei suoi grandi occhioni, ora sereni come l'azzurro del cielo, ora scuri come il mare in tempesta, ora privi di luce come la pupilla d'un cadavere, ora scintillanti di riflessi dorati che parevan raggi di sole, l'intelligenza non appariva che a lampi; la fronte era bensì giustamente sviluppata, modellata a perfezione e adorna della maggiore nobiltà di linee; ma il silenzio ostinato, in cui la giovanetta si rinchiudeva, i pochi segni di sensibilità e le poche manifestazioni di pensiero che in lei si scorgevano, erano cagione che la gente la credesse poco meno che scema, e la facevano vivere mezzo segregata dalla vita ordinaria e dal consorzio del mondo.

Non v'era che la nonna, la quale, o s'illudesse per soverchio amore, o fosse più penetrativa degli altri, credeva avere scôrto dietro quel riparo di ghiaccio un'anima affettuosa, notato sotto quella distrazione di spirito un'intelligenza.

“La mia innocente,” soleva ella dire, “val meglio di molti e molti, che la compatiscono come una scema.”

Quando la buona vecchia Marta era caduta malata di quella infermità, che, tenutala un anno a patire nel letto, l'aveva ora tratta al sepolcro, Maria, la quale soleva andare al pascolo sulla montagna e vagolare tutto il giorno per i dirupi come una selvaggia, a raccoglier fiori, di cui tornava la sera tutta adorna il capo e il seno; Maria s'era seduta sullo sgabello a piè del letto della povera nonna, e non vi era più stato verso di farnela muovere.

Ella stava là, coi gomiti delle sue lunghe braccia appoggiati alle ginocchia, la faccia sorretta dalle mani, e gli occhi larghi, fissi di continuo sulla inferma. Parlava poco o punto, stava immobile, lasciava servir la nonna dalle comari, cui la carità mandava in soccorso dell'ammalata, e non era che raramente, quando la si trovava proprio sola colla Marta, che si chinava sul letto di lei e le dava caldi baci, in cui palpitavano, per così dire, la tenerezza e l'affetto.

Un anno intero di codesta vita aveva nociuto di molto alla salute della giovinetta. La era cresciuta anche troppo, ma diventata sempre più sottile e macilenta; le sue guancie avevan preso un color terreo, e negli occhi non apparivan più che rarissimi gli sprazzi di luce.

La vecchia nonna, prima di morire, aveva parlato lungamente al vecchio parroco della meschinella e dell'avvenire che l'aspettava, e pregato costui di scrivere a certi congiunti che unicamente le rimanevano, lontani di parentela e di dimora, coi quali la moribonda, da tempo remoto assai, non aveva mai più avuta alcuna attinenza.

Nell'ultimo istante, proprio nell'atto di spirar l'anima, con un ultimo sguardo, Marta aveva ancora una volta raccomandata l'orfanella al buon sacerdote, che su lei pronunziava la preghiera dell'agonia, e alla miserella che rimaneva sola nel mondo si era rivolto l'estremo segno d'intelligenza e d'affetto della morente.