“Che parli tu di finire,” disse, “tu che li hai appena incominciati i tuoi giorni? Certo a me tornerebbe come una ventura il ridurmi qui dove nacqui, e qui estinguermi dove tutti morirono i miei; e forse meno tormentati dai mali sarebbero qui, nelle mie aure native, gli anni che mi rimangono.”

“E si faccia:” proruppe Guido. “Tu sai, madre, che io non ho altro desiderio che il tuo. Veniamo pure a vivere nel tuo villaggio, e s'io ti vedrò lieta, sarò il più lieto uomo del mondo.”

“No, no;” esclamò Anna con risoluta fermezza d'accento. “A te ben d'altro è mestieri per l'arte tua; e la tua giovinezza non deve segregarsi dal mondo e togliersi a quel moto per cui è fatto, a quel destino che le è assegnato. Sarebbe un soverchio e ingiusto sacrifizio che io t'imporrei, e di cui a me chiederebbe severo conto tuo padre, il quale può rivivere nella tua futura gloria d'artista.”

Guido chinò il capo e si tacque.

La salita intanto si faceva sempre più ripida, e i cavalli trascinavano a stento la carrozzona, eccitati dalla voce grossa e dalle frustate sonore del vetturino, sceso di cassetta. Il giovane aprì lo sportello, e saltò giù ancor egli sulla strada, dicendo a sua madre:

“Farò a piedi questo tratto di via; ho giusto bisogno di sgranchirmi un poco le gambe.”

Anna tirò giù il cristallo, per veder meglio la campagna.

“Bada che avrai freddo,” le disse Guido: “l'aria è frizzante.”

“Lascia, lascia:” rispose la donna con voce animata: “sto tanto bene; e quest'aria, anzi, mi sarà giovevole.... Vedi se non ti sembro già tutt'un'altra!”

Ed era vero che gli occhi le brillavano maggiormente, e un caro rossore era venuto a colorirle leggermente le guancie. Il figliuolo venne ad avvolgerle bene intorno alla persona lo scialle e la coperta, e poi si pose a camminare accanto alla carrozza, tenendo una mano sull'apertura dello sportello.