[pg!65]
[X.]
Mai non disse Aleardo Aleardi la più giusta cosa, che quando fece reclamare dalla sua musa come proprio retaggio
..... Fucate fantasie, vestite
D'arte caduca.
Infatti, chi, per mancanza di concetti e di sentimenti, nonchè di forma e di pensieri proprî, è costretto a vivacchiare di accatto e d'impostura, cerca per istinto necessario o per necessità istintiva, di nasconder questa menda esaggerando[2], spaccando e rinvergando in cose estranee alla poesia le quali egli falsamente giudica fregi ed ornamenti, l'originalità, la virtù di piacere, che la steril sua fantasia è impotente a dargli. Questi mezzucci riescono spesso ad illudere e si scrocca fama di poeta; ma, trascorso il primo bollore, vien riconosciuto che lo scrittore è precipitato nel goffo, nel mostruoso ed ha sconfinato dalla poesia. Così talvolta una vecchiaccia, o rinsecchita od adiposa, a furia di perrucchini, di belletto, di bambace, di fascette, di polvere di riso e d'altri simili ordigni e cosmetici, giunge a simulare un'apparenza di grazia e di gioventù; e (l'uomo è fragile!) può farti scusabilmente girare il capo come un arcolajo per minuti cinque. Ma dopo i cinque minuti di capogiro scusabili, come la ti ha concesso un favore e l'effervescenza del sangue calmandosi toglie il momentaneo velo all'occhio, saresti inescusabile se non sapessi vederla nella schifosa realtà sua ed abborrirla.
Il nuovo piace anche a me: cui non piace? Pure, cosa intendete per nuovo? La novità non istà per Aleardo Aleardi nell'incarnare ne' suoi componimenti concetti e sentimenti così connaturati, che diano una [pg!66] impronta particolare, singolare a' pensieri, alle immagini, alla lingua, al verso. Egli spesso si figura di ringiovanire il triviale e l'altrui che costituiscono il fondo della sua poesia, aggiungendovi de' ghirigori superflui, degli ammennicoli inutili, frammischiandovi qualche barbaro o strano vocabolaccio. Ha molto del secentista, come del resto quasi tutti i più vantati del secolo fra gli stranieri. Del pari Bernardino di San-Pietro non ravvisava il merito del suo Paolo e Virginia nello aver creato delle persone vive o nell'importanza del concetto poetico e sociale; bensì nell'aver posta la coppia innamorata fra gli insoliti banani e palmizî, invece di collocarla fra le querce e le ficaje consuete.
Esemplifichiamo.
Il poeta non è botanico, nè la botanica è poesia. L'insopportabile abuso, che fa l'Aleardi di termini tecnici, i quali talvolta mi mascherano stranamente le più note pianticelle, non ha senso, ed esaspera il lettore. Mi ricorda la rabbia del vecchio cortigiano Behrisch, il quale avea riempita una delle stanze assegnategli per alloggio nella duchesca di Dessavia, con graste di geranî, pianta di moda, allora. Ma i botanici in Lamagna fecero distinzioni e suddivisioni tra geranî e geranî, attribuendo il nome di pelargonie ad alcune varietà. Ed il Behrisch li malediva: — «Imbecilli! io mi rallegravo di aver la stanza piena di geranî, e loro vengono e dicono che, nossignore, son pelargonie. Ed io cos'ho da farmene se non sono geranî? delle pelargonie a me cos'importa?» — Que' nomacci eterocliti non ci stanno mica per una necessità poetica; vi son tirati pe' capelli a documento della scienza botanica dell'autore. Ad Alessandro Manzoni, che si guarda ben dal farla, noi perdoneremmo quest'ostentazion di sapere, la quale in lui potrebbe psicologicamente giustificarsi. Difatti, il descrittore del giardino inselvatichito di Renzo Tramaglini non è un dilettante di botanica, anzi un filologo di primissim'ordine, che ha ideato una classificazione delle piante originalissima, [pg!67] e, come mi asseverano uomini competenti, scientificamente superiore a quelle dello svezzese Carlo di Linneo o del ginevrino Augustino-Piramo Decandolle. Ma la scienza dell'Aleardi probabilmente si riduce a qualche reminiscenza scolastica, all'aver isfogliato un manuale od all'aver passeggiato in qualche giardino de' semplici, leggendo su' polizzini attaccati alle piante od impalati lungo le ajuole: conifere, lonicere, ottonie, bromelie, benisterie, ninfee, napelli, solatro, ranuncolo scellerato, lemna, eccetera, eccetera. Propongo un'ipotesi: forse il Nostro fa ciò per mero esercizio mnemonico. Diceva il Goethe: — Degli studî ci rimane sol quanto praticamente applichiamo, il resto va perduto.» — L'autore adopera que' termini, perchè gli rimanga impressa qualche cognizioncella botanica racimolata qua e là. Non sarei punto sorpreso, che non avendole mentovate mai, ignori cosa sono la vellintonia, l'eucalitto, la zeodaria, lo xilosteo, le alimacee, il liriodentro tulipifero, l'asimina triloba, eccetera, eccetera.
Il poeta non è topografo; nè la natura per sè stessa poetica. Mancando l'uomo che vi si agita, non ci commuove. Il mondo senza uomini, come dice Piersippe Giusti, ossia il Marchese Giuseppe Spiriti, nella Salace trasformata:
..... ancorchè spettacolo giocondo
Di meraviglie sia egli a sè stesso,
Pur fora qual teatro a cui sian tolti
Chi vi giuochi la sera e chi l'ascolti.