Dunque, volendo rappresentarmi, puta caso, una valle, basta dipingermela come scena di un avvenimento caratteristico, ed è perfettamente inutile che tu spenda un cinquanta versi a particolareggiarmene la pianta, i nomi antichi e moderni, le produzioni e che so io; minuzie interessantissime in una Guida novissima del Viaggiatore, ma che non suscitano immagini commoventi, così da dar vita al fantasma di quella valle. Più analizzi, più distingui, più sminuzzi, più dettagli e meno veggo l'insieme. Dimmi [pg!68] che i monti son cinerei, che la consolare è candida (l'avran forse lastricata di carrara lustro), che il fiume è verde (cosa da stagno), e mi avrai unicamente posto sotto gli occhi tre immobili macchiacce: verdognola cinerognola e biancastra. Dimmi che passano poane pel cielo e zattere pel fiume; ed io potrò solo fondare meditazioni ornitologiche e commerciali su codesti fatti. Dimmi che l'Adice reca a Verona un sorriso di Trento, ed io rispondo sbadigliando: — «rettorica!» — Dimmi che un fortino veneto è trasformato in fortezza austriaca, ed io ti ringrazio della notizia archeologica.

— «Ma» — scappa fuori l'Aleardi, indispettito come un bambino, al quale si vieti di fare ogni impertinenza — «questo no, quello no; corpo dell'ostia, come aveva io a fare per dipinger poeticamente la Chiusa?» —

— Come, eh? Semplicissimo! Cancellar tutta la descrizione salvo queste parole:

..... Il loco ha somiglianza

Di Termopile, e forse alcuno attende

Leonida venturo.

Ma sa Ella, che questa immagine è degnissima del maggior poeta? Illumina la personalità dell'autore; suscita l'objetto innanzi alla fantasia; promuove un tumulto di pensieri. Ecco qua, senza corredo d'annotanzioncelle prosentuose, senza imprecazioni, senza contorsioni o scontorcimenti, lo scrittore si dimostra, io m'accorgo, ch'egli è patriota; m'accorgo, ch'egli è di una terra serva sì, ma ognor fremente, e fiduciosa nella vicina riscossa, e certa di non mancare al proprio dovere: onesta baldanza! Ch'è d'un paese insomma, eo immitior quia toleraverat, che ha dato i Mille come la Grecia i Trecento. Quella sola immagine mi dipinge la valle nella fantasia così vivace e caratteristicamente, come s'io l'avessi vista co' proprî occhi miei: vi ha pochi esempli d'una descrizione poetica tanto vera e perfetta. Ma perduta questa geniale oasi in un deserto d'inconcludenze e di rettorica, [pg!69] passa inavvertita e fallisce l'effetto. Quel che più importa allo scrittore ambizioso, non dico di eccellenza, anzi solo di serietà, è il saper cancellare. Un componimento esce dalla fantasia, come la statua di bronzo dalla forma, tutto sbavature; bisogna limare e cesellare, cesellare e limare senza mai stancarsi. Dicon che lo Schiller fosse maestro di cosiffatte potagioni. Gli avevano mandato una volta pel suo Almanacco delle Muse non so che oda pomposa in ventidue strofe: a furia di cancellazioni e' la ridusse a sette, e sì che mediante le crudeli amputazioni il prodotto ci guadagnò, rimanendo intatto nelle sette strofe il buono sparpagliato per le ventidue. Pirro Lallebasque, ossia Pasquale Borrelli da Tornareccio, osservò bene, quantunque barbaramente si esprimesse, scrivendo: — «Noi non siamo prolissi, se non perchè ci manca il tempo o la pazienza di esser brevi.» — Voleva dire: Siamo prolissi, sol perchè, eccettera. Come disse il Metternich al Varnhagen? — «Se scorgo qualche oscurità nel mio dettato o sento che qualche brano potrebbe non riuscir chiaro ai lettori, seguo il consiglio datomi una volta dal vecchio barone di Thugut, uomo pratico che m'insegnò di non ingegnarmi a dare un altro giro al pensiero, a modificarlo, anzi di studiarmi solo di cancellare quanto vi ha di superfluo nel luogo oscuro; il rimanente esprime compiutamente e sicuramente il senso. E trovo di fatto che il semplice si regge da sè, i puntelli e gli aiuti oscurano per lo più». —

Il poeta non è delegato di questura: non gli è concesso, mal presume di raffigurarmi una persona, enumerandone i connotati, perchè con essi posso solo al più arrabbattarmi a costruirmi nella mente un insieme di venti parti; ma l'immagine non mi balza viva nella fantasia, non vi s'affaccia repentinamente, non Fa di sè bella et improvvisa mostra, come Diana in scena o Citerea si mostra. Che vita nelle Silvie e nelle Nerine del Leopardi! eppure il recanatese non le esamina membro per membro dal vertice alle piante [pg!70] come in una visita medica, come usa con le meretrici. L'Elvira, la bellissima donna amata da Consalvo, era alta un metro e settanta, oppure un metro e sessanta centimetri? La Nerina era bruna o bionda? L'occhio della Silvia era nero od azzurro? Solo incidentalmente apprendiamo che quest'ultima era di capel nero:

Non ti molceva il core,

La dolce lode, or delle negre chiome,

Or degli sguardi innamorati e schivi;

Nè teco le compagne, a' di festivi,

Ragionavan d'amore.

In prosa, si può ammettere qualche latitudine nel descrivere i protagonisti; eppure Alfredo di Vigny (ch'è tra' quattro o cinque francesi di questo secolo, i quali abbiano saputo scrivere) sclamava: — «Non ho punto bisogno d'un ritratto in miniatura d'ogni vostro personaggio. Credetemi, a chiunque sia per poco immaginoso, basta uno schizzo. Un tratto indovinato vai più di tanti particolari. Se vi lascio fare, mi direte la manifattura de' nastri di seta adoperati per la coccarda degli scarpini. Abito pernicioso di narrare, che si diffonde spaventevolmente.» — Chi si lascia vincere dalla smania, dalla mania di descrivere, non ha più freno, e sacrifica tutto pur di soddisfarla. Mi ricordo, in un romanzo francese, che un tale dà un'occhiata, una occhiata fugace in una stanza e vede.... vede i più minuti oggetti, che ne vengono minutamente enumerati e descritti; vede e nota ciò, che un'ora di esame attento non sarebbe sufficiente a vedere e notare. Diceva il Goethe di Gualtiero Scotto: — «Strano che appunto la virtuosità nel particolareggiare, lo induca in errore! Nell'Ivanhoe descrive l'apparenza e le vesti d'un forestiero, che entra durante la mensa nel tinello d'un maniere, e sta bene; ma che ne descriva i piedi, le calze e la calzatura è uno sproposito. Quando siedi a mensa di sera, se qualcuno entra, ne scorgi solo la parte superiore del corpo. Descrivendo i piedi, [pg!71] entra subito in ballo la luce del giorno, e così la scena perde il carattere notturno.» — La poesia, impotente a darmi la forma esterna, mi dà la coscienza o l'azione del personaggio, che la fantasia del lettore riveste in un battibaleno di forme corrispondenti: in chi vuol gustarla, si richieggono alcune attitudini d'immaginazione, come in chi vuol gustar musica si richiede orecchio. Le Belle Arti, esse, invece, mi presentano le forme esterne, sotto le quali indovino una coscienza. Indarno lo scrittore sgobba per distinguere e determinare con parole i più minuti particolari od accidenti di forma e di colore: più s'affacchina, più l'oggetto sfugge. La vita del fantasma poetico non istà in un occhio piuttosto azzurro che nero, in un braccio più o men bianco, in questa o quella linea.

Avea riccia la chioma e colorata

Come la buccia di castagna alpina

Molti fior di giardino avrian voluto

Paragonarsi coll'aerea tinta

Che azzurreggiava nella sua pupilla:

Ma ciò che forse le venia più presso

Era il lin che fiorisce o il ciel di sera.

Misericordia! eccoci alla più ridicola materialità, al passaporto in versi: capelli castagni e ricci; occhi cilestri. Eppoi questi occhi non ci guardano, non ci splendono, non ci ridono; sono vuoti di sentimento, due immobili macchie azzurregianti, sulla cui gradazione un tintore ragiona (l'Alfieri direbbe dissertaziona) in guisa da fare andare in solluchero l'autore del Dialogo sui colori che si danno alle sete. È Maria Luisa, Porcellana, Isabella, Minerva, Turchino del Re, Turchino Ghimè, Turchino della Regina, Turchino màmmola, Turchino di cobalto, Azzurro o Lapislazzuli? Sarà forse Celeste blù, Blù Raimond, Blù porcellana. Blù Isabella, Blù Maria Luisa, Blù Napoleone? O non piuttosto Aria, Celeste cielo, Latticino, Celeste chiaro, Celestino, Celeste Laudon, Celeste cupo o Celeste Lumiera?