Linque tuas sedes, alienaque littora quaere,
O iuvenis! maior rerum tibi nascitur ordo;
principia dal visitarne le contrade ed i popoli, cavalcando Mefistofele, trasformato in ippogrifo, inippogrifato. In Roma, si rammarica di non esser diventato papa, considerando come questi sciala! Sentimento degno del figliuolo d'un villano tedesco, a' cui occhi il sommo gerarca deve parere invidiabile non per la coscienza di essere stato prescelto dallo Spirito-Santo a rappresentar dio in terra ed a guidare il gregge de' fedeli; non pel potere e l'autorità ch'egli esercita; non per gli onori, che il circondano; non per l'immortalità storica assicurata; bensì per gli agi della vita, pe' comodi e pe' piaceri materiali, onde può godere, se invece d'esser natura ascetica e scrupolosa, vuol rifarsi in quegli ultimi anni delle astinenze precedenti. Fausto, stando invisibile accosto alla mensa del Pontefice, gli fa sparire dal piatto i migliori bocconi, come Leombruno a Madonna Aquilina; onde il dabben vicario di Cristo, figurandosi aleggiargli intorno qualche anima tribolata e commiserandola e cercando darle pace, ne' modi, che la liturgia insegna, muove a riso l'empio buffone. Fausto trasvola quindi a spacciarsi pel profeta nel serraglio del Gransultano. O che mancavan femmine di buona volontà in Europa? Gnornò, ma furem signata sollicitant, aperta effractarius praeterit, dice Seneca. [pg!163] E quelle mogli e concubine (è nota la vanità femminile!) si stimano beate, onorate di giacersi con lui, perchè si tratta del profeta, veh, non per alcun altro motivo, ohibò! La beffa dura da se' giorni, nei quali una fitta nebbia involge il serraglio; e poscia il Pseudomacometto sparisce, lasciando timoroso e contrito il Sultano, che se la beve, come ogni altro; e si riprende per belle e per buone mogli e concubine, degnate degli amplessi del profeta. Che perla e modello di marito! È la vecchia storia di Giove, Alcmena ed Anfitrione; è suppergiù la storia di Capelbruno del Batacchi.
Rimpatriato, il Dottore si presenta alla Corte dello Imperador Carlo V, che gli chiede e ne ottiene di evocare il massimo (com'egli stima) fra' guerrieri e fra gli eroi dell'Antichità: Alessandro Magno. E quindi Fausto si acconcia a rimanere in corte, via, per trastullarla, (in posizione poco dignitosa, come quella occupata dal Goethe in Weimar, che gira e rigira, fu di giullare); e vien facendo molte burle e facezie, trasportate in questo mito da quelli di Simon Mago, d'Alberto Magno, dell'abate Fuldano Erlolfo, di Giovanni Teutonio, dello Scoto, del boemo Zitone e di Roberto di Normandia. Le buffonerie magiche, le celie negromantesche, ne formano anzi, secondo il Gervinus, la parte schiettamente popolare, che volgo e scolaresca si trasmettevano tradizionalmente; mentre i viaggi, la discesa all'inferno e l'ascensione al cielo, sono la parte elaborata da' dotti, tradizione letteraria e non popolare. Di genuinamente popolare, in questo mito tedesco, di creazione nazionale spontanea, ci sarebbe insomma solo, l'avere attribuito al personaggio di Fausto parecchie goffaggini: La botte dà del vin, ch'ella ha. Il popolo tedesco, abbandonato a sè medesimo, non piallato e levigato da un po' di coltura, straniera, non tirato e tenuto su dallo studio, non poteva concepir nulla di degno. Per contentare i faustologi e gli storici infatuati della letteratura alemanna, noteremo, che le facezie non vengon fatte spontaneamente da Fausto per alcuna necessità [pg!164] del suo carattere, non sono psicologicamente motivate; che anzi gli sembra produrle per ordine espresso, per compiacenza verso l'imperatore. Sono intruse nella favola. Dicono, che la somiglianza del suo nome col popolarissimo d'uno de' pretesi inventori tedeschi della stampa, i quali (come ora sembra provato da ricerche, a me note solo per fama) frodarono della debita gloria il nostro Panfilo Cataldo, abbia favorito la tendenza ad appiccare a Fausto tutte le tradizioni di quel genere.
Finalmente (ed eccoci al più bello) Fausto vuole anche godere il passato in ciò, ch'ebbe di più prezioso e vago; come ha già goduto tutto il presente nello spazio e pregustato il futuro con la divinazione: ed evoca e trae dalla tomba secolare l'Elena greca formosissima, per la cui demonica avvenenza i vecchiardi trojani assiderati affermavan convenirsi che due popoli a vicenda si distruggessero e che la loro città perisse. Incantato della sua tanta leggiadria e fors'anche perchè nell'uomo vi è la passione per l'abnorme, pel mostruoso:
Quod licet, ingratum est; quod non licet, acrius urit:
non sa più separarsene o rinunziarvi; la vuol sempre compagna; e genera seco un figliuolo onniscio, che gli prenunzia l'avvenire d'ogni cosa. Frattanto, il tempo pattuito con Mefistofele stando per finire, il Dottore s'ammalinconisce ed il demonio lo schernisce, lo sbeffeggia, il deride. Ma non c'è rimedio:
Le livre de la vie est le livre suprême
Qu'on ne peut ni fermer, ni rouvrir à son choix;
Le passage attachant ne s'y lit pas deux fois;
Mais le feuillet fatal se tourne de lui-même.
On voudrait revenir à la page où l'on aime
Et la page où l'on meurt est déjà sous les doigts.
Sulla mezzanotte dell'ultimo giorno, la studentesca odono un gran frastuono; e la dimane trovano Fausto sbranato dal demonio nelle sue stanze. L'Elena ed il figliuolo enno spariti.
Eccovi il contenuto del mito di Fausto, con la [pg!165] scoria, con le escrescenze e co' bitorzoli, onde un vero poeta dovrebbe rimondarlo, volendogli dar forma artistica, come di più sordida zavorra Dante nostro ha depurato il mito della discesa agl'inferni, della visita all'altro mondo. L'uman genere non ha forse mai incarnata in più ampia e più larga tela, con inconscia ingenuità, le ribellioni contro i concetti cristiani, che l'Evo Medio comprimeva sì, ma non poteva sopprimere. Quanto potrebbe esser colossale un Fausto insaziabile non solo nel godere, anzi ancora più nell'apprendere; il quale deliberatamente incorresse nell'eterna dannazione, non sedotto da vane lusinghe, non per una momentanea impazienza, bensì per trovar modo di spiegar l'enimma supremo; il quale si desse al diavolo, pattuendo però che da questi non gli venga nascosta cosa, ch'egli esamini, e gli si risponda solo e sempre il vero, tutto il vero, non altro del vero! Quanta poesia nella febbre irrequieta di conoscer fondo a tutto l'universo, la quale spronerebbe Fausto a rifrugare ogni parte dell'interno animo suo e della natura esterna; la quale l'indurrebbe ad interrogar l'inferno, e, non ottenendone risposta soddisfacente, a volare sino sulla soglia del paradiso, e gli persuaderebbe di strapparsi alle voluttà per la gloria ed alla gloria per la scienza. Quanto sarebbe sublime il perseverare nella empiezza e nella ribellion mentale per senso di dignità, mentre il demonio stesso gli consiglierebbe di piegare, e dimostrerebbe la propria bestial natura, confessando di operare solo istintivamente! E finalmente quanto potrebb'esser profondo il non acquetarsi di Fausto se non nel godimento (ossia nella cognizione) dell'antichità storica, simboleggiata nell'Elena greca; poichè la scienza storica solo, checchè vaneggi il Lessing, vale a sciogliere tutti i conflitti e sedare tutti i turbamenti umani, ha virtù di dare sicurezza e verità e tregua e requie e forza di vaticinare (cioè di prevedere) l'avvenire delle universe cose al povero genere umano, inappagato dallo spensierato godimento materiale, che gli offre il naturalismo, [pg!166] dalle vacue speculazioni, e dal complesso ma sminuzzato sperimentalismo empirico. Ah! la storia è la vera Afrodite intellettuale, della quale viemmeglio che della fisica Tito Lucrezio Caro avrebbe potuto esametrare
Nam tu sola potes tranquilla pace iuvare
Mortales; quoniam belli fere moenera Mavors
Armipotens regit, in gremium qui saepe tuum se
Reiicit, aeterno devincto vulnere amoris.