Certo, ogni commozion poetica prende innegabilmente le mosse da una commozione effettiva dell'animo, ma non perchè l'una procede dall'altra è da confondersi quella con questa. Anche il figliuolo si presuppone generato dal su' babbo; e non per ciò sono una persona. L'impressione naturale è sempre scema; semplice e cruda, non può chiamarsi poesia, mancando dell'elemento principale, dell'idealità. Il bello naturale, per diventare bello artistico e specialmente poetico, dev'essere elaborato per tutti gli stadî della fantasia; come un cibo, per diventare aumento e sussidio dell'organismo, deve subire tutte le operazioni meccaniche e chimiche, le aggiunzioni e separazioni, che si addimandano processo digestivo: l'intuizione di un objetto qualsiasi si trasforma mano mano in immaginazione e l'immaginazione finalmente è tradotta ed innalzata a fantasia pura e piena. Questa trasformazione e traduzione ha per iscopo e termine la creazione di fantasmi autonomi, [pg!171] i quali non ritengono più nulla di comune col fenomeno originale, che mise in moto la facoltà generativa del bello. Un figliuolo adulto non ha più nulla di comune co' genitori, nè la Madonna della Seggiola con la Fornarina, nè l'Aspasia del Leopardi con Madama Targioni.
Il Goethe non isconfina mai mai dal primo stadio intuitivo; gli manca la virtù digestiva suprema, che trasfigura l'obietto sentito o percepito (cosa, persona, affetto, avvenimento) in fantasma: metamorfosi vieppiù strana di quella, per cui acqua ed aria si trasformano in legno e fronda, oppure asparagi e broccoli si tramutano in muscolatura ed ossame o pelame. Egli sa adornare, raffazzonare, compaginare il percepito, ma non può rimutarlo sostanzialmente, farne una cosa autonoma ed originale: quindi eccolo costretto a fluttuare fra la copia del vero e l'allegoria, tra il fotografico ed il didascalico, forma incipiente questa, forma evanescente quella dell'Arte, ed in fondo a dirla, tanto l'una quanto l'altra estranee all'Arte. Ci dà quindi ritratti, relazioni particolareggiate, descrizioni minute; tutta roba, onde può mostrarmi il riscontro in natura, onde può rendermi scrupolosamente ragione: ho scritto la tal cosa così e così, perchè ho visto questo, ho sentito questo: se non che una bazzecola manca a tanta perfezione, quella minchioneria, costitutiva dell'artistico e del poetico, ch'è l'elemento fantastico, ideale.
Persuadiamoci finalmente, che n'è pur tempo, d'una verità, la quale ha il sommo, (benchè non raro) pregio di non essere assiomatica, anzi di risultar quasi conclusione dall'esplicazione del concetto estetico, in Italia almeno. Quindi (è bene avvertirlo) potè ignorarsi o negarsi da' nostri predecessori, senza che meritino taccia di sconnessi, come sarebbe accaduto se avessero negato il quattr'e quattr'otto; ma non può disconoscersi da noi altri senza mostrarci dappochi quanto chi credesse ancora nel sistema tolomaico o nelle superstizioni medievali o nella eccellenza del governo repubblicano. Dunque [pg!172] il bello artistico e, per conseguenza, il poetico, non ti riuscirà mai di scavizzolarli nel mondo delle cose, anzi devi stimarli parti della fantasia. Quando esistessero effettivamente sceverati nella loro purezza; quanto il Bello naturale fosse identico al Bellissimo, a quel, che, a scanso d'equivoci, per adoperare una parola impregiudicata, monda d'idee accessorie, chiamerei il Pulcherrimo, cioè, al Bello assoluto; le arti sarebbero pleonasma, duplicato supervacaneo; ripeterebbero senz'alcun prò, peggiorando; a noi si converrebbe inchinar per vera l'opinione, che le condannava ad imitare servilmente la natura; e quelle divine idee si degraderebbero ad onesto passatempo senza degno scopo sufficiente. Se la macchia e la fattezza tipica e l'armonia ed il fantastico sfolgorassero nelle cose e negli uomini, nei suoni e nelle voci naturali, nella vita e nella storia, in verbis, herbis et lapidibus; oh guà! cesserebbe il perchè della Poesia, della Scultura, della Musica e della Pittura. Invece di spiroscafare sino in Toscana, ch'è più in là dell'Abruzzo, per ammirarvi quei miracoli di Arte, che vi sono accumulati, invece di arrampicarci su per le scale e degli Uffizî, (ripide tanto, ch'io ne disgrado le vie diserte e scoscese, di cui Dante, e stupisco che il clubbe Alpino non le registri fra le più meritorie ascensioni!) invece, dico, basterebbe spalancar le impannate o scendere in istrada; e guardare i monti, il mare, le case, chi va, chi viene e chi sta. Invece di accalcarci ne' teatri micidialissimi, nelle afose sale da concerti, faremmo una passeggiatina lunghesso il marsonante o porgeremmo l'orecchio a' suoni confusi esalati dalle campagne. Invece di leggicchiare o scrivacchiare e poemetti e romanzucoli e drammonzoli, ripenseremmo i nostri casi e gli altrui. Ma che! per quanto vaga sia la femmina, che ti godi, ed il paese, in cui dimori, per quanto sia svariata la tua propria vita, non ti appagano, ti lascian sempre il desiderio di finzioni pittoriche e poetiche. Giacchè, ripetiamoci ancora, l'Artistico, il Poetico non hanno [pg!173] effettività naturale, sono anzi visioni della mente, quando concentra ed esaurisce tutto un dato Universale od Esemplare od Archetipo, che dir si voglia, tutta una data Idea determinata, in un particolar fantasma. Certo, conforme alle norme del processo empirico, la primissima spinta ce la dà un oggetto: ma veh, se non abbiamo succhi gastrici da digerir l'impressione, è vano il lusingarci di cogliere il Bello. Il tale e quale dell'effetto materiale non è poesia.
Ho un bastoncel di legno, ricoperto
Di cuoio; ha nome marito: ma il legno
È legno, sa?
dice cinicamente una donna poetica tedesca[19], la Maria della lirica di Arrigo Heine intitolata Ratcliff, da non confondersi con la tragedia, com'e' la chiama, intitolata Guglielmo Ratcliff[20]. Il legno riman sempre legno e l'effettivo naturale non sarà mai il Poetico.
A questo poetico, il Goethe non è giunto, se non radissime volte nelle Liriche. I rimanenti scritti di lui sono da paragonarsi all'organismo vegetale, che non ha potuto progredire fino alla vitalità animale ed al pensiero umano, impigliato nel meglio della enucleazione. Noi seguiamo fase per fase la più o meno splendida vegetazione delle opere del Goethe; le vediamo germinare, crescere, fiorire, e rinsecchire; quel, che non vediamo mai, si è, che pur una volta staccandosi dal terreno, dalla melma del reale, che le ha prodotte, ed acquistando moto e ragion [pg!174] d'essere propria, progrediscano fino ad incarnare un concetto; ripeto, la vegetazione c'è, manca la vita, manca il pensiero.
L'aver assodato questo fatto, cioè, che la sensazione poetica del Goethe è assolutamente identica con la sensazione materiale di lui, ci dà la chiave del perchè le scritture sue più sentite, più affascinanti siano appunto le giovanili, quando, ne' grandi poeti nostri, sogliono piuttosto essere, non le senili, chè la vecchiezza è morte comune di tutte le facoltà, anzi le vergate o dettate nell'età provetta. La potenza creativa, la virtù plastica e caratteristica del signor consigliere, fondandosi esclusivamente e dipendendo integralmente dalla freschezza e dall'ingenuità dell'impressione fisica o morale, dovea languire parallelamente all'infiacchirsi e al declinare di questa, con l'ottundersi de' sensi e con l'infracidire in quella pettegola corte granducale d'ultim'ordine, la quale egli avea per compito e per ambizione di mantenere allegra: compito ed ambizione da giullare.
Non è lecito d'ignorare, in qual modo germogliassero i Patimenti del giovane Werther. Tutti sanno che quel romanzo è un mosaico sul genere della bandiera del piovano Arlotto, ricavato in gran parte da frammenti di lettere e di un giornale veramente scritto, composto d'impressioni effettivamente sentite, con personaggi conosciuti in società; che ha per sustrato, insomma un amoretto ed una situazione sperimentati dall'autore, nonchè un'avventura e la catastrofe d'un suo conoscente, d'un certo Jerusalem[21]. Non osiamo lagnarcene, chè questo essenzialissimo difetto estetico del libro, quando lo si consideri com'opera d'Arte, questo suo esser vero quasi dalla prima all'ultima parola, questo suo [pg!175] esser prosa e non poesia appunto, gli conferisce tanta forza d'ossessione, tanta efficacia ed evidenza; rende impossibile lo scartabellarlo senza rimaner lì avvinti alla lettura, senza sclamare ogni tratto: — «È vero! è vero! l'ho provato anch'io!» — senza sognarne la notte. Sei stato mai a Pompei? Sì, eh? Dunque avrai ammirato que' simulacri di statue in gesso, ottenuti recentemente, ricolmando con iscagliola le cavità lasciate nella cenere impietrita da' cadaveri degli antichi pompejani sciolti in polvere? Or bè, che te ne pare? Son qualcosa d'informe, di orrendo, n'è vero? Giurabbacco, non t'arbitreresti a paragonarli nemmanco per burla al Gladiatore moribondo, al Marsia scorticato, all'Anteo soffocato alla Pietà michelangiolesca? Pure, quanto maggiore ispavento e compatimento non incutono? quanto non è loro più facile commuoverci fino alle lacrime, farci rimaner di sasso, lì sbigottiti? Dico bene? O perchè? Per la materialità loro stessa: per quella potenza di espressione; per l'idea, che non sono una finzione d'artista. Ecco la maschera d'un uomo, che s'è buttato vinto per morire; ecco un volto umano vero, il volto d'un dato uomo, che ha vissuto davvero, eccolo sconvolto non da un dolore simulato, come la fisonomia dell'istrione, come il marmo del trojan Laocoonte, bensì da una stretta disperata e mortale. In quella scagliola, stanno impigliati gli ossami d'infelici, de' quali il gesso con l'arrendevole flusso ha surrogate le parti molli. Ed io, che guardo, non provo più un'emozione estetica, anzi un dolore effettivo e positivo. Non mi veggo più dinanzi un sasso scolpito ad immagine e similitudine della Niobe, madre infelicissima, anzi l'orrido scoglio appunto, che fu la Niobe ed ebbe vita al par di me. Non assisto ad un assalto di scherma, nel quale gusterei la disinvoltura e la pratica degli emuli; anzi son testimone in un duello, in cui ogni botta vien diretta a spillar sangue ed a trabalzar nel nulla la vita de' contendenti. Non intendo più ad una rappresentazione teatrale, dove mi si spiegano i varî moti delle passioni [pg!176] d'un moribondo, anzi contemplo un combattimento gladiatorio che non avrà fine, se non con la morte d'uno de' gareggianti. L'autore stesso, parlando del Werther in vecchiaja, nel M.DCCC.XXIV, diceva: — «È una creatura, che ho cibata, quasi pellicano, col sangue del mio cuore. V'è tanto del più intimo del mio petto, sentimenti e pensieri, quanto basterebbe per un romanzo in dieci di que' volumetti. Del resto, sol'una volta ho riletta l'opera; e mi guarderei bene dal ritentar la pruova. Sparge razzi incendiarî. Mi sbigottisco e temerei di sentir nuovamente lo stato patologico, che produsse lo scritto». — Male, quando la produzione artistica è effetto d'uno stato o stadio patologico.
Ma chi oserà biasimare il modo di comporre, cui dobbiamo il Werther? Arte o non Arte, è qualcosa di stupendo. Chi torcerebbe gli occhi da que' gessi pompejani, allegando l'irragionevol ragione, che non sono la Niobe? chi rifiuterebbe di presenziare ad una tauromachia, iscusandosi col dire, che non è il Filippo o la Mirra? Quegli spettacoli ci commuovono potentemente; e basta. Ma badiamo però, veh! tal commozione non è punto estetica: è la commozione brutale, che produce lo aspetto del vero, non la commozione ideale, che vien generata dalla contemplazione dell'opera d'arte. Comico è quindi il plauso, che questo procedere indigesto ha incontrato in Germania, dove quasi quasi, invece di legger le biografie del Goethe per meglio comprenderne le scritture, se ne studiano anzi le opere come illustrazion della vita. I termini vengono invertiti. A noi, la Vita di Vittorio Alfieri, scritta da esso, ci dischiude l'intelligenza della poesia di quell'uomo miracoloso, che seppe tanto caratterizzar sè stesso in un verso: Scrivo, perchè non m'è dato di fare; ed i tedeschi si discervellano sul Fausto, sulla Jfigenia in Aulide, sul Tasso, sulle Affinità elettive, sul Guglielmo Maestri, eccetera sulle più insignificanti corbellerie vergate dal Goethe, per indagare che ci fosse nell'animo di lui in quel tal tempo, quali fossero allora le [pg!177] sue pratiche ed i suoi trastulli. Ed ove si consideri da una banda l'ignobiltà d'una vita di ottantatrè anni, sciupata in melensi amorazzi, in mille pettegolezzi, fra gli ozî insulsi ed istenterelleschi d'una corte granducale, in un ambiente accuratamente depurato d'ogni egregio affetto, patriottismo, grandi ambizioni, libertà politica e simili; dall'altra l'idolatria, con la quale i tedeschi l'han vagheggiata, quasi ultimo ideale di una vita virilmente spesa e felice; si potrà formolare sulle condizioni morali dell'intera Germania un giudizio, forse e senza forse poco lusinghiero, ma giusto e meritato. E, se volete ben comprendere la superiorità morale del popolo Italiano, rammentatevi quali furono i poeti, che vagheggiavamo per ideali; l'abisso, che separa l'anima sdegnosa d'un Vittorio Alfieri da' consiglieri aulici Federico di Schiller e Gian Lupo di Goethe, uomini di plebe nobilitati, vi dà la misura della distanza fra le due nazioni.
Ma che parlo della corte di Vimaria e degli ozî insulsi ed istenterelleschi del nostro autore? Conveniva egli stesso di averci sciupato molto tempo facendo l'impresario: — «Invece, avrei potuti scriver parecchi bravi drammi: ma non me ne pento. La mia attività e la mia produzione, io le ho sempre considerate simbolicamente; e mi è stato in fondo indifferentissimo il far pignate o scodelle». —