Del resto, è vero, che il Goethe v'ebbe anche di serie di occupazioni: per tacer dell'altre, fu ministro della guerra. L'esercito vimariense si componeva di seicento uomini con una cavalleria di cinquanta usseri; ed il Ministero, d'un ministro e d'un segretario con uno scrivano. Esercito però sempre ragguardevole, se paragonato a quello del conte di Limburgo-Styrum, il quale possedeva uno stupendo reggimento di usseri, composto da un colonnello, sei uffiziali e due gregari[22].

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In omaggio all'acume critico del tedesco, convien pure, ch'io dica, aver egli più d'una volta compreso questo suo stato d'inconcludenza morale. Non citerò autori moderni, anzi le parole, che il ladro conte palatino Gian Casimiro scriveva nel MDLXXVIII (nel tempo appunto in cui si elaborava dalla coscienza popolare il mito di Fausto) al Langravio di Assia: — «Il Duca d'Alba mostrò di conoscerci per bene, quando trascorse a dire, i principi tedeschi esser come i leoni, i grifoni e l'aquile de' loro stemmi; grandi animalacci ben provveduti d'unghioni, d'artigli, di zanne e di rostri, ma inetti non che a mordere e graffiare, a morsecchiare e sgraffignare. Ad ogni straniero è notissimo che noi sappiamo scrivucchiare e consumar carta, e ragunar fatue assemblee, ma non già conchiuder checchessia; il che per fermo ridonda di sommo vilipendio alla nazione tedesca».

[XIV. — Genesi del Fausto e la Dedica.]

Appunto come i Patimenti del giovane Werther, quantunque in guisa meno apparente, maturarono presso che tutte (o perchè non dissi: tutte?) le opere del Goethe, ed il Fausto anch'esso in capolista. Dell'Affinità elettiva l'Autore diceva: — «Non v'è rigo, ch'io non abbia vissuto; e v'è ficcata dentro più roba, che chicchessia valga ad assimilarsi in una sola lettera». — Non vi pare di sentire un ciarlatano vantare il suo cerotto? Del Fausto poi dice: — È qualcosa di affatto incommensurabile. Si rifletta, che la prima parte fu prodotta da uno stato alquanto torbo, oscuro dell'individuo, del subjetto. Appunto questa oscurità adesca gli uomini, che vi si affaccendano volentieri intorno, come a tutti i problemi insolubili.» — Dire, che l'autore vi si è dato da fare intorno da' diciannove agli ottantadue anni, gli è un dire appunto, che non ha mai saputo trovarne il bandolo. Tante volte l'innamorata, per farci un po' stare a segno con occhio e dita e lingua, [pg!179] è insusurrata dall'arcidiavolo ad incannarci sulle mani qualche matassaccia arruffata di filo, che vuol raggomitolare; e noi, perfidamente, invece di agevolarle il compito, facciamo il possibile per iscompigliar sempre più quel refe, acciò la prossima vicinanza si prolunghi e, nello inchinarsi per isbrigar qualche groppo, la maliziosetta possa portar la fronte quasi fino alle nostre labbra e far come se non si avvedesse del fuggitivo contatto. Fossimo ancora nei beati tempi de' paragoni mitologici, vi direi, il Goethe essersi imbertonato della Melpomene; e, mentre questa gli avea dato a tenere la matassa del mito faustesco, intendendo finalmente ravviarla e dipanarlo, farle quello appunto, ch'i' v'ho detto e che tutti abbiam fatto, ma con qualcosa d'un po' meno stantio della Melpomene. Ripeto, in un tema poetico c'è tutto; ma il tutto è il nulla, l'indifferenza, la neutralità, il caotico. Perchè da un caos risulti un cosmo, è d'uopo che si sviluppino in esso le forze chimiche e le fisiche e le dinamiche e poi la vita organica. Perchè un tema poetico si trasformi in opera d'arte, bisogna che l'autore vi trasfonda lo spiritus dei biblico, il quale noi addimandiamo concetto, come più gli aggrada o comico o sublime, che poco importa. Pienissima libertà nella scelta del concetto, ma, una volta avvenuta questa scelta, ogni libertà sparisce; come già, in un paese benordinato, ci è largo campo a discuter le proposte, che, una volta convertite in leggi, sono da obbedirsi ciecamente senza recalcitrare od obbiettare, gua', sotto pena di far la zuppa nel paniere. Ove il poeta rimanga imparziale fra venti concetti attagliabili al tema, infraddue fra il tragico ed il buffonesco, tirato egualissimamente da uno ed altro desio,

..... sua cura

Sè stessa lega sì che fuor non spira.

Il tema, lo stoffo, il mito somiglia que' macigni de' conti di fate, sterili, brulli: Mosè, a spezzarvi su la verga, non ne stillerebbe un gocciol d'acqua; Columella, [pg!180] ad ararli e vangarli e zapparli, non vi farebbe venir su mezzo fil di erba; e tutti gl'ingegnieri del mondo, a sviscerarlo, non ne ricaverebbero un filone di metallo, un catollo di carbon fossile. Pure, basta pronunziar sommessamente la parola magica, e s'aprono di per sè, senz'altro; e dimostrano palagi d'incredibile fasto, in fondo in fondo dei quali, ne' gabinetti ben chiusi, su' letti nascosi da spessi cortinaggi, riposano quelle avvenenti principesse incantate, più belle del sole, simboli delle creazioni immortali di monna poesia. Il Goethe non seppe trovare la parola dell'incantesimo pel Fausto suo: nè questo mi sorprende. Egli non potea rinvenire in fondo al bicchiere la virtù poetica, come vi trovava la sua amabilità nella conversazione, almeno secondo la competentissima Anna Maria Germana, Baronessa di Stael-Olsazia, nata Necker, ch'ebbe a dirgli ad un pranzo di corte: — «di non poterlo sopportare, se non quando avesse un par di bottiglie di Sciampagna in capo.» —

Prego il lettore di avvertire, ch'io qui apro una parentesi.

Al che l'Eccellenza del consiglier Di-Goethe replicò sotto voce in tedesco (e si noti, che l'autrice del libro sull'Allemagna, simile solo in questo al vecchio Tacito, non intendeva sillaba di tedesco): bisogna dunque che ci siamo ubbriacati le parecchie volte insieme. Il motto è riferito da lui stesso, se non isbaglio, negli Annali (per quanto eccessiva sia la mia smania d'esattezza nelle citazioni, non m'incomoderò a scartabellare cinque o sei volumi per tale inezia). Io gliel credo ed ammiro: chè, in verità, neppure uno sguattero Italiano oserebbe dire ad una signora impertinenze, in lingua ad essa ignota. Ma nella corte granducale vimariense, questo si stimava un tratto di spirito: tra' ciechi il monocolo è Re. Ecco un fatterello (non oso chiamarlo aneddoto, ricavandolo da un libro a stampa) che dimostrerà il buon tono introdotto in quella corte microscopica da Carlo Augusto, granduca, e dal Goethe, favorito. [pg!181] Questi due monelli di quaranta o cinquant'anni, una sera, spengono il lume alla Gochhausen, dama di corte, soprannominata familiarmente Tusnelda (che galateo, chiamar le persone, le signore e sian pure signore da strapazzo, con soprannomi beffardi!) mentre saliva nella sua camera. Essa non ne fa caso, giunge al corridoio e cerca a tentone la porta. Ma che? non trova nè legname, nè toppe: con le mani tocca una parete liscia, continua. Comincia a turbarsi, a perdere il capo; e, sbigottita, vuol correre dalla Granduchessa, che ha serrato l'uscio a chiave e non risponde al picchio. Risale, ritasta le mura: indarno! Ed in quel buio d'una nottata freddissima, ebbe a morire fra il gelo e la paura. Lo spiritoso principe e l'arguto poeta avevan fatto tòrre l'uscio e murar la stanza!

Prego il lettore di avvertire, ch'io qui chiudo la parentesi aperta più sopra.