Dunque il Goethe ha fiutato, annasato, odorato per ogni banda, ma non ha studiato, come sarebbe stato il debito, quel miracoloso tema inciampato; appunto come la Tusnelda, ha toccato ogni cantuccio del muro, senza trovar la porticina per entrare in istanza. Ha fatto a mo' de' viaggiatori economi e prudenti, che, invece di ascendere il Monte Bianco, si contentano di circuirlo e guardarlo da mille punti diversi; come chi per conoscer Napoli non vi mettesse il piede sul lastrico, non vi dimorasse e praticasse, pago a guardarla dal mare e da Capodimonte e da Sammartino e da' Camaldoli e da Posillipo. Secondo che soffiava il vento o che gli ribolliva nell'animo, ha derivato dal mito faustesco il pretesto, l'occasione d'una scena, d'un soliloquio, d'una strofa, in cui, quando liricamente e quando allegoricamente, sfogarsi; e questo ad intervalli di tempo grandissimi, e più che sufficienti a render qualunque uomo, non che il leggerissimo e volubile Goethe, estraneo all'antico Adamo. Poi, di tempo in tempo, quando il materiale così accatastato ammontava a quantità ragguardevole, ci si è messo intorno una e due e tre [pg!182] volte con l'arco della schiena, pretendendo ridurlo ad unità d'animo e di corpo. Conoscete il palazzo così detto delle Finanze o di San Giacomo o de' Ministeri qui nella nostra Napoli, dove furono e sono ammucchiate tante e tante ladronaie? Prima sorgevano in quel luogo molti edifizî pubblici e privati, diversissimi d'epoca e di struttura e fra gli altri una chiesa, un monistero, un ospedale; ed il Borbone Ferdinando I commise all'architetto Stefano Gasse di comporre tutti que' pezzi diversi ad un conglomerato, a monade di palazzo, aggiungendovi il necessario. Che pasticcio ne sia risultato e quanta poca relazione abbia la facciata della fabbrica con la disposizione interna, è inutile il dirlo.

Non sarà però inutile il giustificare quel grecismo monade, che pensatamente ho scritto. La legge eufonica è suprema nella lingua Italiana, come la salus patriae nella politica. Dicendo: un'unità, formi la più esosa cacofonia del mondo, anche a prescindere dalla monotonia, che in ogni volume un po' astratto, risulta fatalmente dalla sovrabbondanza dei sustantivi in ità. Ecco le ragioni buone o cattive, le quali m'inducono a proporre di sostituire al vocabolo unità, il vocabolo monade, che in greco vuol dire il medesimo; ch'è più armonico, ch'è già naturalizzato ed un po' più legalmente di Giuseppe Lazzaro; che ogni colta persona intende; e che, non appartenendo al linguaggio vulgare, è scevro da ogni amalgama d'idee accessorie, ha l'impassibilità, la neutralità, la spregiudicatezza, che tanto si confà per un termine scientifico e che il povero Geremia Bentham arrabbiava tanto di non trovare quasi mai nella nomenclatura legale ed economica.

Ah queste benedette digressioni! Che dicevo prima della monade e delle Finanze? Mi rammento! Dunque, il Goethe, per comporre a monade i frammenti ponzati in parecchi anni, ha potato ed aggiunto ed ordinato! E qua una zeppa, e là un puntello, più su mastice, più giù colla; e dovunque e soprattutto intonaco e vernice di spirito, di frizzi, d'epigrammi; [pg!183] profusione d'immagini e sentenze ed illecebre! E poi allegoria in buon dato per nascondere le commettiture, perchè la statua, incollata da centomila scheggiuole, figuri scolpita in un ceppo, ed il Giove Olimpico rinacciato a forza d'oro e d'ebano e d'avorio apparisca ricavato da un masso o da una fusione! Non è d'uopo aggiungere, che, s'egli non è riuscito a fare tanto, era però impossibilissimo che chicchessia vi riuscisse. Tutti i ripieghi ed i ripeschi immaginabili e concepibili, sono impotenti, inefficaci a riparare ed anche a dissimulare il peccato originale della mancanza d'un concetto organico! E questo benedetto peccato originale è d'una razza, la quale, in poesia almeno, non si cancella con un risciacquo, con un battesimo

Heu, nimium faciles qui tristia crimina....

Fluminea tolli posse putatis aqua!

Dicevo: in poesia almeno, perchè in patologia, gli idroterapisti sostengono il contrario, e guariscono con docce ed aspersioni e bagnature ogni malore ereditato più o men legittimamente. Di quanto si dice in teologia, mi astengo dal parlare: haec neque affirmare neque refellere operæ pretium est... famæ rerum standum est, dirò con Tito Livio passim.

Di tal colpa il Goethe s'è reso confesso, ma non pentito nella Dedica, uno de' più discreti squarci lirici, che mai prorompessero da petto tedesco. Esso produce sull'animo del lettore lo stesso desolante effetto del Commiato d'Haydn; sinfonia, che (dicono) stringa il cuore, quando si ode ammutolire uno strumento dopo l'altro e si veggono uno per volta i sonatori finire la parte, spegnere il lume, ravvoltolare il quaderno ed accommiatarsi. In quelle quattr'ottave, c'è uno strazio da non dirsi del poeta e dell'uomo, che si ravvisa ormai solo e derelitto nel vasto mondo, tra la folla sconosciuta, poichè le anime, alle quali avea cantato i primi, non ascoltano i versi seguenti; cui ogni incerto fantasma del suo poema è una reminiscenza [pg!184] de' primi amori ed amicizie: e rinnovella il duolo; cui quanto sparve saldamente appare. Il poeta stesso non vede in quelle forme se non mera nebbia; e per lui non hanno altra parte di saldo e d'efficace fuorchè l'allusione, la reminiscenza del sentito e del provato in altr'epoca.

Difatti è accaduto il debito: l'opera sua è rimasta un seguito di frammenti senz'altro nesso oltre i nomi de' personaggi; e dico i nomi, perchè vedremo inconsistenti i caratteri. E prima scaltramente l'aveva pubblicata come frammentaria: ed allora stava, che non poteva star meglio, e non obbligava ad applicarle la stregua, con cui misuriamo i lavori poetici, che si presentano con mutria e sussiego, quasi incarnassero dio sa quali concetti profondissimi, altissimi, lunghissimi e larghissimi. Deposta l'idea di trovarceli, ed esaminando il Fausto scena per iscena, parlata per parlata, ciascuno squarcio per sè come cosa indipendente e compiuta, come tanti scapricciamenti dello scrittore; noi troviamo qua e là idillî passabili, non brutti brani lirici, discreti epigrammi. Salvo alcune bizzarrie senz'ombra di senso comune (ce ne ha pur troppo e troppe: frall'altre le scene della strega e della tregenda e soprattutto l'intermezzo delle Nozze d'oro d'Oberone con Titania) ogni cosa isolatamente andrebbe benino, si potrebbe tollerare: ma l'accozzaglia violenta di parti malconnesse, di suoni e tinte, che stonano, offende, assorda ed accieca. Ed il ricco ammanto stilistico, buttato su queste brutte conformazioni, sì che non giunge a nasconderle all'esame degli occhi, fa proprio l'effetto d'una preziosa veste sugli omeri d'uno scimmione:

Humani qualis simulator simius oris,

Quem puer arridens pretioso stamine serum

Velavit, nudasque nates ac terga reliquit

Ludibrium mensis.

Chi poi s'incuriosasse d'appurare, da quali particolari fatti della vita del Goethe risultasse il Fausto, si dia la pena di scartabellarne l'autobiografia [pg!185] e qualche biografia; e se non lo stomaca fin dalle prime pagine la fatuità di lui o la prona ammirazione del biografo, non tarderà a ravvisare ad uno ad uno tutti i personaggi della tragedia.

[XV. — La novella del Fausto ed una romanza di Federico Schiller.]