Questo modo, in cui s'è formato, o meglio (poichè si tratta d'un prodotto inorganico) cristallizzato il Fausto nella mente del Goethe, ci dà l'intelligenza del come egli potesse confondere ed amalgamare due temi eterogenei: una leggenda epica ed una novella. Per lui non è stata mai incombenza seria lo svolgere il mito faustesco: ha pensato solo a prenderne, a derivarne occasioni più o meno propizie, per isfogare i proprî affetti, per esporre ed estrinsecare mille concetti suoi subjettivi, per isghiribizzarsi insomma. Quindi, ha indugiato di preferenza, non già dove ragion comandava, che il subjetto più largamente si esplicasse, anzi dov'egli più si compiaceva. Così l'asino ricco e quartato, che non viaggia mica pel minimo scopo, girovagando pel mondo, non si trattiene ne' luoghi, dove potrebbe lavorare od imparare di più, anzi là dove una qualunque momentanea capestreria l'arremori. Quindi si spiega, come l'incidentale sia spesso spesso svolto con accuratezza maggiore dell'essenziale; come un episodio possa acquistar proporzioni da rincantucciare il soggetto primitivo in un angoletto della tela. Quindi si capisce, perchè il Goethe non abbia avuto tanto discernimento critico o tanto istinto produttivo, da scernere i due temi d'indole diversa, affacciati contemporaneamente alla sua fantasia, e, per conseguenza, o da ottare fra' due, come un onorevole eletto in più collegi, o da lavorarli separatamente in due produzioni diverse. E sapete, che ha ottenuto dal congiungere in istrano nodo due composizioni di natura e di caratteri ripugnanti, eh? Il plasmare un mostro letterario, non dissimile da quel [pg!186] mostro teratologico, che furono Rita e Cristina: due testoline da' pensieri distinti, due corpicciattoli di temperamento differente, collegati eteroclitamente per le spine dorsali, i quali avevano alcune vertebre comuni in siffatta guisa, che dava loro ogni podestà, anzi necessità di nuocersi e nessunissima di giovarsi. La prima parte del Fausto, così com'è, si suddivide in due; come la luna, ha due emisferi: uno perpetuamente volto alla terra, l'altro eternamente sottratto alla nostra vista. Dal principio alla scena della strega, prevalgono esclusivamente gl'ingredienti leggendarî, dall'incontro della Margherita sino al fine, e' si naviga in piena novella. E, quel ch'è peggio, le due metà non sono organicamente congiunte, anzi arbitrariamente saldate; non vediamo prorompere la novella analitica e psicologica, che è il forte de' moderni, nel bel mezzo dell'ingenuo ed allegorico mondo della leggenda; non acquistar coscienza l'uomo, il quale prima si è creduto aggirato da potenze soprannaturali estrinseche ed ora finalmente riconosce di non aver seguito se non l'indole e le passioni proprie, di avere in sè le sue determinazioni. No, no: il prodotto di quest'unione non è mica la fusione organica de' due generi, come nel centauro la fusione del tipo umano col cavallino, anzi un impasto informe:
... turpiter atrum
Desinet in piscem mulier formosa superne...
... donna leggiadra
Ne l'aspetto, si strema in atra coda
Di sozzo pesce...
L'aquila che spiccava il volo verso l'Olimpo è impaniata! Una volta arrenato nella novella, per quanto poscia messer Goethe s'arrabattasse e sgobbasse e si sfacchinasse in ben sessantadue anni a sferrare la navicella dello ingegno da quel banco di sabbia, fu indarno.
Ma, come c'è banco e banco, così pure c'è novella e novella; arrenare alle foci del Tevere è una [pg!187] bùzzera: alleviato d'un po' di zavorra, il bastimento si rialza di per sè; incagliare in un banco corallino a mezzo le solitudini del Pacifico, è qualcosa di più serio. Veramente, la novella è siffattamente connaturata, da tenere più o meno del prosaico; essendo solo l'esposizione artistica di un caso, che rompe la monotonia della vita ordinaria e vulgare, e quindi presupponendo la non esistenza d'un mondo poetico, la nessuna poesia dell'epoca e del luogo. Il fatto, da essa registrato, è una oasi, che presuppone il deserto; è la vita organica, che vellica appena la prima buccia dell'immensità inorganica, senza la quale sarebbe un impossibile; è uno sprazzo di luce nella tenebria prosaica. Come se l'universo fosse una di quelle sterminate basiliche, di quelle mostruose cattedrali buje buje nelle ore vespertine, e come se qua e là poche lampade rischiarassero sulle pareti o qualche affresco mezzo obliterato di Ambrogiotto Bondone o qualche bassorilievo mezzo adeguato di Niccolò Pisano. La poesia sparita, almeno agli occhi dello scrittore, dal corpo sociale, dalla vita complessa, si rintana in qualche individuo, in qualche avvenimento.
Le forme artistiche e letterarie possono quasi quasi classificarsi come le malattie. Alcune felicitano l'uman genere solo in certe date epoche, sono epidemiche, come il signore o la signora Còlera o Colèra (non so come abbia a dirsi, che, grazie al cielo, fra di noi, non s'è giunti ad appurarne nemmanco il genere e la quantità!) Altre imperversano solo in determinate contrade e sono locali; come esempligrazia l'avvenente damigella Pellagra, buona ragazza, che, in Italia, non esce mai di casa sua, della pianura lombarda. Vediamo il tal secolo o la tal gente incapaci, incapacissimi di accozzare un dramma od un'epopea. Impossibile ad un poeta ebreo di combinare un'opera drammatica pur che fosse, ancorchè inferiore alle premiate dall'Accademia Pontaniana. Proverbiale, che il francese non ha testa epica, nè la Franciade del Viennet (Potentissimo Sovrano, [pg!188] Gran Commendatore, Gran Maestro e Presidente del Supremo Consiglio della Frammassoneria Scozzese antica ed accettata per la Francia e sue dipendenze) smentisce il proverbio. Ma v'ha pure forme letterarie comuni a tutti i tempi, a tutti i luoghi, a tutti i popoli; che mutatis mutandis, servatis servandis, ommissis ommittendis, fioriscon sempre e dovunque. Fra queste, principalissima è la novella, genere tanto facile, da crescere, sit venia verbo, spontaneamente, come i fiorellini de' campi inculti, cui la mancanza d'innesto e d'educazione non toglie o riseca gentilezza. Spesso il novelliere non fece se non guardarsi intorno, intinger la penna: Poi quel che vide ei scrisse; e, tante volte, dopo che egli si fu scapato ad inventare un bel fatterello, eccolo accader tale e quale e' l'aveva immaginato: cosa da ammattire! Delle cento novelle del Certaldese, chi nol sa? ve n'ha tante, delle quali può provarsi ed un dabben uomo, il Manni, ha difatti prolissamente tentato di provar di molte, co' documenti in mano, la positività storica; ma forse non tutti sanno le più ritrovarsi nelle altre letterature, e non solo nelle coeve, anzi pure nelle antichissime, a cominciar dalla sanscrita: o che il medesimo fatto più volte accadesse, o che gli eventi commettessero un plagio verso la poesia. La credula zoologia d'un tempo ritenne le perle stille di rugiada purissima, raccolte in mare da qualche ostrica: or bene, il mare salso e sterile è questa vita umana; le stille di rugiada son quei rari e brevi eventi, che l'addolciscono; l'ostrica è il povero scrittore; e la perla è la novella, ch'egli forma in sè.
Avrebbe quindi torto marcio, chi si dolesse di non trovare nella Novella l'idealità, che forma lo incanto di altre forme poetiche, putacaso dello Idillio. Ma c'è un più ed un meno; c'è la novella, che quasi raggiunge e tocca la pura atmosfera poetica, e ci ha quella, che riman fitta nella mota; dalla gentilezza squisita di Paolo e Virginia al cinismo ributtante dell'Angelo Gabriello o della Pastorella [pg!189] del nostro Marini, oh! v'è che ire! E sfido, sì davvero, ad accennarmi fra le più oscene, di cui giustamente insuperbisce la Letteratura Italiana, malgrado le ciance di chi pretenderebbe degradar la poesia ad ancella della morale, sfido ad accennarmi una Novella più schifosamente prosaica di quella, in cui immette e si conchiude la prima parte del Fausto del Goethe. Il protagonista seduce la Ghita non tanto con l'affetto, quanto co' doni: pensando quell'anima di fango della ragazza, che tutti corron dietro all'oro, che dall'oro dipende tutto, che la beltà stessa del povero è inutile e si loda mezzo per compassione (scena serale nella cameretta della Ghita). Non basta, che Fausto ricorra ad una ruffiana per trovar modo di affiatarsi con la ganza; per cattivarsi la mezzana, commette una falsa testimonianza, cioè uno di quegli atti abjettissimi, che non possono redimersi, se non col proprio sacrificio per degno scopo, come accade nell'episodio di Olindo e Sofronia. Non basta, che la volgarissima Ghita si conduca da sua pari; bisogna di giunta, che avveleni la mamma; e, quel ch'è più, non intenzionalmente, anzi per isbaglio. Non basta, che Fausto disonori Valentino; è d'uopo che l'uccida, giovandosi slealmente delle arti diaboliche, e due persone contr'una. E poi non solo abbandonerà la druda, anzi l'abbandonerà incinta e nella miseria e senza che si capisca perchè; e la derelitta commetterà un infanticidio e la processeranno e l'impiccheranno... Ahimè, dove siamo cascati! Nella novella giudiziaria; anzi nel fatto diverso di cronaca, per servirmi del gergo giornalistico! E tutto ciò non è nemmanco, ultima speranza, non è nemmanco svolto con l'analisi psicologica severa, accurata; che sola può render tollerabili siffatti personaggi e cotali avvenimenti; che somministra tanta virtù d'ossessione alle figure del romanzo moderno, e, richiedendo imperiosamente i comodi dalla forma narrativa e la prolissità dell'orazione sciolta, esclude in modo assoluto que' fatti e que' caratteri dalla tragedia, anzi forse in genere [pg!190] ed in massima dalla forma drammatica. Dove siamo? fra gente e condizioni, che, nella vita salda, addimanderemmo svergognati e sozzure; e che, trattandosi d'Arte, ci basterà chiamare roba impoetica, perchè deficienti della motivazione ed esplicazione, che possono ancora destare un certo interesse estetico, ancorchè di bassa lega.
Il Goethe, in un suo epigramma, si fa prima rimproverbiare d'aver rappresentato sempre istrioni e zingari e simil gentame, quasi che non conoscesse la buona società; e poi rimbecca la critica, rimpolpetta gli oppositori, rispondendo: — «Ho visto anche troppa buona società; la chiaman buona, appunto perchè non dà il menomo appicco alla menoma poesiucola!» — L'epigramma (caratteristico assai pel Goethe) sproposita, attribuendo al puro tematico vieppiù importanza, che non abbia. Un galantuomo in sè non è certo più, ma non è neppure manco poetico d'un furfante. La Poesia è arte assolutamente spirituale, che ci affranca in tutto e per tutto dalla tirannide della materia: non siamo più nella pittura, dove certamente una rovina incarna il concetto dell'Arte, viemmeglio del più splendido palagio, ed un cencio pidocchioso è incomparabilmente più pittoresco d'una giamberga conforme all'ultimo figurino. Il poetico è nell'intima ragione de' caratteri e non già nella pura apparenza del personaggio. Rappresentami il boja, se ti pare; ma non me n'hai da darmene le vesti, l'abituro e simili accessorî; anzi l'animo, che si dimostri nell'azione.
In che abbiano attinenza col mito faustesco la falsa testimonianza, il matricidio involontario, lo infanticidio, l'alienazion mentale ed il processo, questo subisso di prosa prosaica insomma, lascio giudicare al benevolo lettore o malevolo. A me pare, che valga solo a diradare l'atmosfera poetica, a farci ripiombare dall'olimpo leggendario in galera e ne' postriboli: Da tanta altezza in così basso loco. Eppure, il Goethe era siffattamente innamorato dell'episodio della Ghita; il considerava qualcosa di tanto bello [pg!191] ed indovinato; che nella propria autobiografia (da lui con troppa ingenua sincerità intitolata: Verità e favola) si rammarica della facilità giovanile, con cui parlava de' lavori in corso e se ne consultava con gli amici. Facilità, che gli procacciò il dispetto di vedersi rubàto questo tema e sfruttato da molti, prima ancora della stampa de' suoi frammenti fausteschi. Oh! fatuità ingenua! Che c'è egli in questo episodio, che non sia triviale, che non possa venir in mente ad ogni fedel minchione? Fra le altre trattazioni, la men cattiva e più nota si è l'Infanticida, romanza giovanile di Gian Cristoforo Federico Schiller (ch'era di due lustri appunto minore del Goethe); cui nessun ingrediente, ch'è nella prima parte del Fausto, manca, tranne Mefistofele; e, non rappresentando Mefistofele nulla nulla nell'episodio della Margherita, ch'è po' poi tutta la prima parte del Fausto, non per questo vi manca cosa alcuna. Ma la forma di romanza è viemmaggiormente acconcia alla natura del subjetto, dando campo di concentrar tutta la luce e l'attenzione sul voluto momento poetico e facoltà di rincalzar nell'ombra i prosaici; facendo del componimento uno sfogo lirico (ciò, che il Byron chiamò poscia monodia) della rea nell'ascendere il patibolo. Chi non iscorge quanto una simile posizione è favorevole alla poesia, la quale ama di evocare, come una successione di lampi sempre più sfolgoreggianti, mille immagini del passato, acciò meglio si vegga la tenebria del vedovo presente? Cui non sovviene immediatamente lo strazio, che, da una posizione consimile, ha saputo distillare Giacomo Leopardi nelle sue Ricordanze? Chi non rammenta il soliloquio del Conte di Carmagnola, incarcerato e presso a morte? non è se non un seguito di esclamazioni, ma ogni esclamazione evoca un fantasma ed uno strazio. Se non che l'Infanticida, scritta con l'enfasi rettorica e la smania d'effetto, che lo Schiller non seppe o non volle ismetter mai e che gli fanno scambiare il frastuono col vero, l'idropico col pingue, i tropi e le figure (veste) col sentimento [pg!192] (corpo), non giunge (come fanno stupendamente il Leopardi ed il Manzoni, ch'eran ben altre paste di poeti) ad incarnare un'immagine ben contornata e viva; anzi si perde in un linguaggio vago, incerto, che nulla poteva rappresentarmi allo scrittore e nulla dice al lettore. Udite un po', come la Luisa ricorda i suoi tempi giovanili! — «Addio, sogni tessuti di oro, figli del paradiso, fantasie! Ahi! che morirono nel bocciuolo, senza poter mai fiorire alla luce! Mi copriva l'abito di cigno dell'innocenza, leggiadramente adorno di rosei nastri,» — eccetera. Questo è linguaggio idropico, che mi cuopre il vuoto. I sogni non sono prodotto botanico, del quale si abbiano a raccontar le vicissitudini; l'innocenza non è una sartina, della quale vogli descrivermi gli abiti! Anzi e quelli e questi sono stati contenuto della vita della Luisa, ed innanzi alla fantasia di lei dovrebbero non presentarsi nell'indeterminato del nome generico, bensì nella ricchezza del fatto speciale; come il dato sogno, come la data azione, in cui si esternava l'innocenza! Il reato è scoverto, la giustizia accorre: — «Il bargello picchiava orribilmente, e più orribilmente il mio cuore; lieta, io mi affretto a spegnere le fiamme del mio dolore nella fredda morte.» — Freddure e concettini invece di sentimento. Da ultimo si accorge di aver commosso ad inutil pietà gli astanti e finanche il boja. Qui dovrebbe balenarle la speranza momentanea della salute, tosto dolorosamente rintuzzata e strozzata dall'irremovibile realtà; ma invece essa dice: — «Lacrime, lacrime nello sguardo del carnefice? Bendatemi tosto gli occhi. Manigoldo, non sai tu spezzare un giglio! pallido manigoldo, non tremare.» — E quest'ultimo tratto bellissimo davvero, o perchè deve essere neutralizzato dalla ridicolaggine di quel pretensioso paragonarsi al giglio; che non fu del resto mai simbolo delle sgualdrinelle? Lo Schiller, come poeta lirico, è poco al disopra del nostro Parzanese; e, come poeta drammatico, rimane inferiore al Niccolini... Ma noi Italiani, passato il primo momento [pg!193] d'engoûment, siamo giusti estimatori del merito de' nostri e non faremo certo mai per Bista Niccolini tutte le pulcinellate, che i tedeschi han fatte per lo Schiller. Gli è pur vero, che abbiamo di meglio del Niccolini e gli alemanni non hanno nulla di superiore allo Schiller.
[XVI. — Incertezze.]
Le menti grandi si limitano, le limitate si gonfiano; ma chi troppo abbraccia nulla stringe. Il Goethe, come non ha saputo scegliere fra leggenda, epopea e novella, (anzi, volendo conservarle tutte, ha soffocate le tre teste di questa tragedia-cerbero, a mo' di chi per voler far allevar tutti i micini alla su' povera gatta li facesse morir di fame en bloc;) così pure non gli diè il cuore di sacrificare un solo di mille concetti, che poteva incarnare nel suo lavoro. Ognuno è stato ammesso ad inspirare un verso, una parlata, una scena, un avvenimento, secondo che una impressione od un affetto qualunque il suscitava; quindi appicco agli scoliasti per vederci quanto loro aggrada e ragion per noi di dire: dov'è tutto, non è nulla. Malgrado l'affezione, con cui il Goethe ha lavorato e rilavorato per anni ed anni i frammenti del Fausto, aggiungendone sempre di nuovi, non sembra prender tanto sul serio il lavoro, che non gli venga arcispesso il ghiribizzo di contemplarlo ironicamente, di satireggiarlo e parodiarlo. Ora, non c'è che ridire sul suo pieno, pienissimo diritto, di foggiare, come più gli andasse a sangue, il mito popolare; di ritrattarlo a suo piacimento; d'imporgli insomma lo stampo, che meglio a lui gradisse. Al poeta non è ristretta in modo alcuno la facoltà di concepire a suo beneplacito. Ma sapete perchè? Perchè non è nel suo arbitrio il far nulla d'arbitrario, anzi, se egli è poeta, non può concepire senza conformarsi alle necessità psicologiche e storiche. Assoluta libertà significa assoluta servitù, giacchè vuol dire essere soggetto, soggiacere piena ed esclusivamente alle determinazioni [pg!194] intrinseche, ciò sono le più necessarie e fatali. Ora, messer Goethe avea piena facoltà di scegliere fra ciò, che chiamerei il metodo umido, e ciò, che potrebbe dirsi il metodo secco della letteratura, fra 'l pianto ed il riso, fra 'l tragico e l'umoristico; nulla ostava a che trattasse quell'argomento, che riassume in sè tutti i miti stregoneschi, come appunto Michele di Cervantes-Saavedra ed assai meglio e prima Ludovico Ariosto, avevano bistrattato il ciclo cavalleresco; o farne la caricatura esterna o svolgerne l'interna ironia. Poteva anche prenderlo sul serio (perchè no, gua'? c'è gente, che prende sul serio roba anche più bislacca!) e rinsanguinare la forma vuota oramai, riversandovi un concetto nuovo. Ma quel, che non potea far lui, che nessun poeta al mondo potrebbe mai fare, implicando inconcettosità, id est mancanza d'un concetto definito, (ch'è in poesia quel medesimo, che la sprincipiatezza sarebbe in morale); quel che non era in poter del Goethe di fare, gli era appunto quel, ch'egli ha preteso fare: l'oscillare fral sublime ed il comico, fral tragico e l'umoristico, fra lo spiritoso e l'appassionato, fral buffonesco ed il dignitoso; e pretendere, che il lettore s'immedesimi talmente, non con l'andamento dell'opera, anzi con la capestreria dello scrittore, da seguirlo compiacentemente in tutte le disposizioni d'animo, in cui gli piace ingolfarsi per sue ragioni subjettive, che non c'entrano con le necessità e le determinazioni dello scritto. Ora, in Arte, il capriccio è inammessibile; ed ecco forse perchè le donne non sanno concludervi mai null'altro se non che fiaschi, per quanto la generosità virile le degni talora di plauso. Adottato un modo di vedere per un lavoro qualunque, il modo di trattare ne deriva con ferrea necessità: l'umore stesso, l'umore, scherzo supremo e sovrano con ogni objetto, sbrigliato è soltanto in apparenza; in fatto, ha norme invalicabili, nè può mai sconfinare da quel conflitto interno, da quella contraddizione sentita fra la forma tiranna e l'idea rubella, che ne costituiscono il fondo. [pg!195] (Sconfinare da un conflitto! Che frase! Non dirò Intendami chi può che m'intend'io; perchè so, che il lettore m'ha capito. Nè d'altro ho cura).