Ma che? se il prologo celeste del Fausto mi fa supporre un'opera ironica, volto poi la facciata ed incontro l'arcisublime (almanco nell'intenzione) monologo del protagonista. A quale impressione dovrò confidarmi? a nessuna delle due: aspetterò, che una altra scena m'illumini sul carattere del lavoro. Ed avrò un bell'aspettare, si! Sperando meglio, si divien veglio, dice l'adagio toscano. Durante l'intero dramma, osserviamo un parallelismo incessante del sublime col comico: stanno lì eretti, l'uno a fronte dell'altro, l'uno accanto all'altro, ignorandosi e distruggendosi a vicenda, nello stess'atto, nella stessa scena, spesso nella parlata medesima, nel periodo medesimo, e presso ch'io non dissi nel vocabolo medesimo: non c'è mediazione fra' due termini, non c'è soluzione del contrasto crudissimo. L'onesto lettore non sa dove sbatter col capo, vedendo le scene dileggiar le scene, le parlate caricatureggiar le parlate, ed i personaggi fare perpetuamente le fiche ai personaggi; e rimane sbalordito, infraddue, senza sapere, se abbia da sciogliersi in lacrime o da smammarsi di risa.
Mi rammento una serata, che io trascorsi non ha guari in campagna. Avevo pranzato non malaccio, e tutte le mie facoltà fisiche ed intellettuali erano assorbite dalle funzioni digestive. Mi trovava in uno di que' momenti d'apatia somma, ne' quali proprio l'uomo è materia inerte, non ha più sentimenti, non ha più pensieri suoi; in cui la mente sonnecchia, e le fibre si lasciano animalescamente andare. Dice il proverbio: uomo solitario o bestia o angelo... (Nota, lettore, che l'angelo e la bestia hanno di comune la loro inferiorità estetica rispetto all'uomo; anzi l'angelo, poeticamente, artisticamente, è al di sotto assai della bestia; perchè questa possiede l'istinto almeno e l'individualità; mentre il signor angelo è pura neutralità, acqua fresca mera, carta bianca e [pg!196] non ha personalità). Dunque, ripeto, o bestia od angelo, ch'io mi fossi in quel punto, appartato dagli amici, percoreva su e giù al bujo una filza di stanze. In fondo, v'era una finestra, che affacciava sur un piazzale; e di lì sentivo risa lietissime ed il tintinnio d'un cembalo ed il tripudio d'una tarantella prolungata. Dirimpetto, si usciva sur una loggia; e di lì potevo ascoltar le grida disperate, che venivano da una casupola poco discosta, d'una madre, che frai singhiozzi ed il pianto, malgrado le vane ciance delle vicine, sclamava ogni tratto: — «Povera Carmela mia! povera Carmela!» — Se avessi sentito solo le risa od il pianto, l'impressione mi avrebbe trascinato ad un corso di pensieri o mestissimi o giulivi; ma così giungevano semplicemente a neutralizzarsi nell'animo ed a lasciarlo immerso nell'apatia poltrona digestiva ut supra.
Appunto così rimane il lettore del Fausto; manca il tono generale, difetta il sentimento dominante. Non c'è scampo, mi bisogna ripeterlo tautologicamente su tutti i toni, a rischio di diventare importuno. Povero lettor mio, scusami; io mi raccomando all'indulgenza tua con le parole, che Piero, nel Convitato di pietra del Molière, dice alla sua Carlottina in francese contadinesco: Je te dis toujou la même chose, par ce que c'est toujou la même chose; et si ce n'était pas toujou la même chose, je ne te dirais pas toujou la même chose.
Subito dopo che Fausto ha evocato il demonio, ecco Mefistofele, evocando il Re de' ratti, far la parodia della propria precedente incantazione. Nella scena del giardino, le conversazioni buffonesche di Mefistofele e della Marta, tramezzando i ragionari amorosamente idillici del protagonista, e della Margherita, li rendono burleschi: il poeta, intendendo augumentar l'effetto colla contrapposizione, non si avvide, che, ravvicinato il sentimentalismo dell'una coppia alla comica brutalità dell'altra, il momento più forte ed intenso dovea necessariamente distruggere ed assorbire il più fiacco. Il riso è un acido [pg!197] corrosivo, che non lascia intatto nulla, che tutto intacca: la negazione è da più della semplice affermazione. Così pure il Wagner ecclissa ed annulla Fausto. Così la scena dell'abbindolamento dello studente è il punto culminante della metà leggendaria della prima parte. Così, per finirla, Fausto e Mefistofele sono solo due semicaratteri, di qua tutto il sublime, di là tutto il comico, che si trovano composti e combinati normalmente nella stessa persona bella o poetica, ma che qui stanno disgiunti in due personaggi, rimasi imperfetti, invece di fondersi a monade in personalità viva ed intera.
[XVII. — Disocchiatezza e la scena della maliarda.]
Questo infraddue, quest'oscillare del poeta, questa indeterminatezza del sentimento, quando gli fa trascorrer dinanzi inavvertiti i più be' momenti originali offerti dal tema, quando il costringe a strozzarli e gl'impedisce di svolgerli, inforsandolo sul da fare. Ne prendo ad esempio gli amori di Fausto con l'Elena greca; amori, che formano la parte più suscettiva di un concettoso svolgimento poetico nell'antico libercolo. Due volte vi si parla dell'Elena greca: la prima, si racconta come Fausto l'evocasse, innanzi agli attoniti studenti, ragunati per cenare a lira e soldo in casa sua, e come tutti ne rimanessero talmente accesi, da non poter chiudere occhio nella nottata; la seconda, come Fausto ne facesse la propria concubina e l'ingravidasse, con quel che segue.
Esclusa dal primo lavoro del Goethe intorno a Fausto, e rilegata nella seconda parte, quell'avventura, che avrebbe dovuto essere l'essenziale, anzi il fondamento dell'opera, è trasformata in un assurdo (in un fuori del tempo, come Vittorio Hugo intitola un suo canto, che differisce ben poco da un fuori d'opera;) diventa, come avemmo a dire, episodio inconcludente, senza scopo nell'economia totale dell'opera, senza influsso determinato sulla sua enucleazione. [pg!198] Per amor di brevità mi diffonderò solo sopra un altro esempio oltre a questo.
Dopo la scena della cantina, stomachevolmente sciocca (mi servo de' termini adatti e proprî, e, come diceva il Boleo, J'appelle chat un chat et Rolet un fripon), nella scena della cucina stregonica, nauseosamente insulsa; nel bel mezzo d'un oceano di inconcludenza, salutiamo ad un tratto un concetto sublime con più frenesia, che non ingombrò le zucche de' compagni di Cristoforo Colombo, quando poteron gridare terra, terra! o le menti de' compagni del greco Senofonte, quando poteron gridare mare, mare! Fausto è un vecchio, che, per godere il mondo, la vita, da lui trascurati in gioventù fra carcami di bestie ed ossa di morti, fra' mucchi di libri polverosi e tarlati, si fa ringiovanire per virtù d'incantesimi. Al lettore s'apre issofatto una ridente prospettiva di poesia, come al nobiluomo svedese, di cui nel Romito del Cenisio, si scopre il sorriso dell'Italica pianura. Egli tripudia al pensiero di farla finita con le astruserie, di far punto e basta con le conversazioni inconcludenti e di vedersi balzar viva rimpetto un'azione; e gli scappa di bocca, come al pubblico napoletano, quando, alla prima recita del Carmagnola, vide, in una delle ultime scene del quinto atto, due femmine sul palcoscenico, un ingenuo: finalmente! Mi par di vederlo, quel dabben lettore, sdraiato sulla poltrona a dondolo, cavarsi di bocca il sigaro, che fin allora avea masticacchiato dispettosamente anzichè fumato; di vederlo trarselo di bocca e scuoter col mignolo la cenere nella sputacchiera e fantasticare fra sè e sè. Ascoltiamolo, quand'anche dovessimo meritarci la taccia d'indiscreti: — «Oh cattera, ci siamo! diceva ben io: non si può, non può scroccarsi di pianta una riputazion colossale, gigantesca, piramidale, come quella del Goethe! Bravo il mio Goethe! Comincio a comprenderti, t'indovino! Ora, i dubbî di Fausto cesseranno di presentarsi quale puro sfogo declamatorio, anzi si realizzano, si effettivano, si concretano [pg!199] in una situazione. Mo' sì, che Fausto simboleggerà davvero e da senno l'uomo moderno! e questo naturalmente, impremeditatamente, come semplice risultato dell'opera. Falcia, falcia il mio Goethe; qui c'è messe impareggiabile di poesia. Tocchiamo la terra ferma d'un subjetto concreto: gli amori d'un vecchiardo ringiovanito dagl'incantesimi; la senilità sconsolata del pensiero ammogliata alla gioventù corporale; il sozzo necromante, che ammalia e contamina la vergine innocente. Bell'intreccio! il quale mi rappresenta in modo stupendo la cognizione prematura d'ogni cosa, che ci cosperge d'amaro e di disgusto ogni gaudio, ogni momento della vita, spoetizzandoli sempre anticipatamente, non lasciando campo ad alcun inaspettato, ad alcuna lusinga, ad alcuna speranza, ad alcuna illusione, ad alcun errore, escludendo la dolce e timida asinità giovanile, come dice lo Heine.... e la felicità di meravigliarsi e stupire. Dura scienza, cognizione fatale, che in ogni voluttà ci lascia provar solo una reminiscenza di quanto sappiamo altri aver provato! Fausto diventa voi, me, noi tutti, stanchi come la Messalina giovenalesca prima d'esser sazi; che dico! prima di aver fatto checchessia, che possa stancarci! pe' quali le passioni, pregustate con la cognizione, non han più soavità; simili all'artista, che per aver troppo minutamente vagheggiate ed ultimate con la fantasia le sue creazioni, allorchè finalmente impugna lo scalpello od abbranca il pennello, è già nauseato dell'opera, non ha più che aggiungerci. Noi aspettiamo impazienti dall'infanzia il promesso destarsi de' sensi nella pubertà; e c'informiamo così minutamente quanto e quale avrà da essere, che, giunto, non ha più la verginità d'impressione, la quale principalmente gli avrebbe attribuita dolcezza, nè può fruttarci se non disinganni. Non facciamo un giuramento d'affetto, senza presentire, presapere, che il violeremo; non desideriamo una donna, senza prevedere, che ci disgusterà. Le passioni [pg!200] hanno perduta ogni spontaneità: ci sentiamo precondannati a far della vita un'esercitazion rettorica, a ricalcare le orme de' predecessori, a rifare e riprovare quanto altri han fatto e provato meglio assai di noi, perchè ingenuamente, senza modelli e maestri. Ed i men persuasi dell'autenticità della Bibbia, rimangon compresi dalla verità d'alcune parole dell'Ecclesiaste: Quid est quod fuit? ipsum quod futurum est. Quid est quod faciendum est? ipsum quod factum est. Nihil sub sole novum, nec valet quisquam dicere: «Hoc recens est». Iam enim praecessit in saeculis quae fuerunt ante nos. Magnifica occasione questa, che s'offre al Goethe, di darci perfetta la figura, onde il Renato dello Chateaubriand è abbozzo informe; e di darcela, rinsanguinando le forme mitologiche cristiane. E dal contrasto fra la gioventù e la vecchiezza nel medesimo petto, si ha da svolgere ogni parte della tragedia, e risulterà la catastrofe. Bravo il mio Goethe! evviva! grand'uomo!» —
Piano, ingenuo il mio lettore, non far conti senza l'oste, prego. Non applaudire il Goethe pel pensiero, che tu gli supponi e ch'egli, ahimè! non ebbe. Non condurti come que' buoni Italiani del quarantotto, che stimarono Pio IX riformatore e liberale per certe idee, che al povero Papa non vennero in capo mai. Le leggerezze son brutta cosa; e noi non possediamo, come que' tedeschi, una tal riputazione di serietà, da permetterci di perpetrarne impunemente senza discapito. Il Goethe poteva fare, quel che tu dì', certo: ma non l'ha fatto. Poteva far anche altrimenti, e vo' dirti in che modo, io; come avrebber fatto forse Aristofane d'Atene o qualcuno de' troppo negletti nostri secentisti svolgendo ed incarnando il concetto, espresso nell'ultimo distico della scena dell'incantesimo:
Quel licor, ch'hai nel corpo, ti fa scorgere
Elena greca in qualsivoglia femmina[23].