[pg!201] Figurati Fausto, il grande, il dottissimo, l'arciscettico Fausto non pure innamorato di non so che Gentucca, (giacchè in fatto di volgarità, la Ghita lascia poco o nulla a desiderare) anzi Fausto inteso a venerare qualche decrepita sbilenca meretrice come le colonne di Ercole e del buono e del bello. A che prostituisce la sua scienza impareggiata? a giustificare con sofismi l'error suo. A che degrada la necromanzia e l'ajuto diabolico? ad obbligar cielo e terra a porsi in ginocchio dinanzi a quell'idolo abjettissimo; a soddisfarne i capricci dissennati:

Un cotal matto intrabescato, in aria,

Puffete! e luna e sole ed ogni stella

Scoppiar faria, per divertir la bella[24].

In questa crociata per imporre al mondo il proprio errore, come l'Occidente medievale pretendeva imporgli le sue superstizioni, in questo conflitto, debbe fiaccarsi e succombere. Una situazione consimile è accennata da Guglielmo Shakespeare, quando, per virtù di succhi d'erbe, fa innamorare la Titania, Regina de' Genî, del rozzo tessitore Bossom, che di giunta uno spiritello maliziosetto ha tradotto, come gli gridano i compagni, trasformandogli il capo in una testa d'asino: ch'è presso a poco il modo di tradurre adoperato da' traduttori Italiani, ch'io conosco, col Fausto. Lo stesso Aristofane non avrebbe avuto nulla di più selvaggiamente derisorio: lo stesso Molière, nell'Ammalato immaginario e nel Borghese Gentiluomo, non avrebbe tanto velenosamente sbuffoneggiate le traveggole umane. O la favola veramente acconcia a simboleggiare l'idolatria secolare del nostro uman genere per altre favole, portati dell'idealismo medievale, con tutte le loro parti brutte e laide e sconce; che destarono il cachinno sarcastico del Rabelais e del Machiavelli, quando esso [pg!202] uman genere, che stimava stringere al seno i pomi de' giardini esperî, si accorse De presser tendrement un navet sur son coeur! Il Goethe non era forse incapace di accogliere simili concetti, per dir così, titanici; e ne fan fede, per tacer d'altro, le poche scene frammentarie intitolate Satiro, ben degne che qualche gran mente vi fiuti l'argomento d'un'opera colossale: ma la sua naturaccia molle e mutevole, quasi meretricia, (e questa sua conscia femminilità spiega, come al dio biblico virile del Prologo celeste surrogasse un eterno muliebre in fine alla seconda parte) non era atta a covarli con la costanza e l'esclusività, che solo potevano condurle a buon porto. E neppure nel Satiro, del resto, fu originale; giacchè l'argomento è preso dal Fauno, finto dio, favola boschereccia d'Illuminato Perazzoli da Imola (Bologna M. DC. IV) e da' Falsi dei, favola pastorale piacevolissima di Ercole Cimilotti, Estuante, accademico inquieto, dove Graziano, Pantalone, Burattino e Zani vengon presi per dei dagli abitanti di Arcadia.

[XVIII. — Intervento diabolico.]

Altro e maggior documento della leggerezza, della superficialità, dell'inconsistenza messa in questo lavoro, si è la parte, che vi rappresentano il diavolo e le streghe. I poeti hanno la nomea di taumaturghi, e sono anch'io qui per attestare miracoli di più d'uno, il quale mi ha fatto piovere

... amare lacrime dal viso

Con un vento angoscioso di sospiri,

miracoli certo un pochetto men dubbî del vescovile, attestato da Gian Giacomo Rousseau, quando stava con la Warens; e del quale, giurerei, Monsignor Tipaldi non avrebbe tentato di far la seconda edizione, a proposito dell'incendio vuoi della Vicaria, vuoi dell'Arsenale. Ma, taumaturgheggi pur lo scrittore [pg!203] a sua posta, non gli riuscirà mai di far prendere sul serio agli uditori ed a' lettori, quanto difetta necessariamente di serietà intrinseca per esso lui. Ora, nel Fausto del Goethe, l'intervento diabolico non ha la benchè menoma ragion d'essere; in tutto il poema, niente accade, che il dimostri utile o necessario o concludente; è superfetazione mera; contatto infecondo, dal quale nulla può derivar di vivo, come dagli amplessi della lussuriosa figliuola di Cesare Augusto, che gli anneddotisti ci assicurano essersi più che mai sfrenatamente abbandonata agli amanti nel tempo delle gravidanze.

Nel mito popolare, e' si trattava di compier cose più che impossibili ad ogni umana virtù: trasvolare, con la rapidità del pensiero, interminati spazî; prevedere e predire quid sit futurum cras; soprattutto poi sforzare le cancella di Dite, irremeabilis unda, ed amare e godere Elena greco-trojano-egiziaca, (trojana soprattutto!) polvere ed ombra da trenta secoli; quindi ben si comprende, che, per soddisfare una potenza di desiderio, impaziente d'ogni limitazione antropologica, inappagabile ne' confini d'una contrada o d'un'epoca determinata, gli escogitatori della favola ricorressero ad inficcarci Mefistofele, ut tragici poetae confugiunt ad deum, quum explicare argumenti exitum non possunt. Anzi in esso mito l'intervento soprannaturale, (che la critica del settecento, gallicizzando, chiamava: macchina), è motore primo e precipuo, scopo ultimo ed essenziale, principio e fine, succo e sangue del lavoro. Ma gli amori di Fausto e della Ghita, che po' poi son tutta la prima parte del Fausto, chi vorrà stimarli qualcos'altro di una volgarissima avventura umana, di quelle, che quotidianamente intervengono, in cui il più dappoco fra nojaltri si fiderebbe di protagonisteggiare a dovere, senza bisogno che un principe infernale gli tenga il candeliere, purchè sapesse sbrigarsi degli scrupoli? certe cose piacciono più a vedersele in due, a quattr'occhi, fra te e me; ed un giovane fanatico ed una sempliciotta innamorata o [pg!204] pronta a vendersi non han bisogno che si scomodi Lucifero per metterli su. Togli Mefistofele di mezzo; affededdio, che tutto camminerebbe egualmente bene. E non c'è che dire, lo scrittore stesso ne ha piena coscienza, quando imbocca a Fausto que' tre versi:

Ah, se di requie io sol m'avessi un'otta!

Del diavolo davver non saria d'uopo

A raggirar cotesta sempliciotta[25].

O che altro fa egli, questo tizzon d'inferno messo in iscena con tanto fracasso, che altro fa egli di necessario all'azione, se non procacciar giojelli, abboccarsi con una ruffianaccia e preparar cavalli per la fuga? Ogni Figaro, ogni cameriere, ogni mozzo di stalla sarebbe da tanto. Per sì poco non si scomodano quegli angioli rubelli. Quanto al tempo abbreviato, può aver luogo solo mediante un imperfetto svolgimento psicologico.