E poi! Il Fausto mitico è cristiano: patteggia col diavolo, perchè cerca un alleato contro quel dio personale e tirannico, che Pier Giuseppe Proudhon (un suo discendente, m'immagino) stimava di aver irrefutabilmente dimostrato sinonimo del male; e' crede nell'esistenza del diavolo e ne paventa il potere, e dio è per lui qualcosa d'effettivo, una persona viva, che egli odia, appunto come solo può odiarsi una persona ed un vivo. Ma un dottor Fausto scettico, anzi panteista (non si giunge ad appurare, ad assodare, a chiarire, che diamine sia; ora ti par questo, ora ti par quello!) un dottor Fausto, il quale si dà a quel diavolo, in cui non crede, rinnegando quel dio, che per lui è un flatus vocis,..... caspita! io non so due parole per indicare un'idea: è un bell'assurdo, anzi un brutt'assurdo. Il suo apostatare è una semplice simulazione di apostasia, giacchè rinnega iddio, ch'egli nega, per darsi al diavolo, cui logicamente non può credere, se discrede in dio. Dal [pg!205] momento che riconosce a pruova l'esistenza del diavolo, gli deve esser dimostra quella di dio, ed allora come può rimaner ateo?
Insomma la sua apostasia è qualcosa di prosaico, di schifoso, come quella di certa gente, sapete, la quale, con nuova speculazione, si fa protestante in Italia nostra, incredibile dictu! quasi che le burattinate del protestantesimo potessero allignare in una chiara mente Italiana ed abbarbagliarla! quasi che un Italiano potesse di buona fede rinnegar la religione cattolica per un'altra! E prima di tutto, vi rammenterò una bella parola di quel celebre Pietro Paolo Royer-Collard, che Don Ferrante, vivendo ai nostri dì, chiamerebbe senza dubbio come Giovanni Bottero: galantuomo sì, ma acuto. Eccola: On ne divise pas l'homme, on ne fait pas au scepticisme sa part; dès qu'il a pénetré dans l'entendement, il l'envahit tout entier. Comprendo, che un uomo creda la ragione impotente a scoprire il vero, e si sobarchi ad un'autorità, e s'inchini a tutta l'impalcatura dommatica della Chiesa Romana. Comprendo del pari, che uno creda nella virtù della mente umana, ed allora rifiuti ogni forma di cristianesimi. Quel che umilmente confesso di non comprendere, è il venire a patti del raziocinio e della fede, è una ragione, che ammetta qualcosa d'indimostrabile; è una tiepida fede, che accetta dieci dommi e repudia l'undecimo. O dentro o fuori, non c'è via di mezzo: En présence du ciel il faut croire ou nier. Il protestantesimo storpia ed inrachitichisce l'intellettiva: l'Italiano, che si sfranca della chiesa cattolica, non può credere in altra religione, anzi va difilato a prostrarsi agli altari negativi di San Razionalismo. Perchè? perchè non è nell'arbitrio nostro il creder quel, che ne pare, anzi l'individuo può solo digerir diversamente le credenze, le quali alimentano le facoltà morali dell'organismo nazionale, in cui rappresenta una cellula. Ora, il cattolicismo è prodotto Italiano, è manifattura nostra; è il velluto in cui abbiamo trasformato l'organzino giudaico; è l'oro [pg!206] in cui tramutammo alchimisticamente il piombo delle dottrine neoplatoniche miste di caldaismo; in esso è trasfuso gran parte del nostro antichissimo politeismo; e quindi ha profonde radici nella coscienza nazionale, contiene il concetto di dio, della religione, quali emergono storicamente dal nostro enucleamento religioso ed intellettuale. Ma tutte le sette protestanti son per noi qualcosa d'immediato, di estraneo al carattere, alla coscienza popolare; e quindi è un bell'impossibile che abbian presa sugl'individui.
Ohimè, ch'io m'accorgo di aver nuovamente digredito! Il fatto è fatto; ma, credetemi, stavolta, non l'ho proprio fatto apposta e prometto di non farlo più. E, tornando a quanto dicevamo a proposito dell'essersi il Goethe discostato dal mito, trasformando il suo Fausto in uno scettico, soggiungeremo, che, in tale caso, v'era pur sempre modo da cavarne partito, ma non più ingenuamente. Bisognava rappresentarmelo volteriano, incredulo, pirronico, in mezzo alle più scompigliate taumaturgie diaboliche e celesti, occupato a discuterle ed a sofisticamente spiegarle co' mezzi semplici della natura; a provare al demonio, che sel porta via, che esso è una vanità, che par persona; all'inferno, che lo abbrucia, ch'esso non esiste e che quelle fiamme sono mera illusione; al Sabaot, che il percuote e castiga, ch'esso è un nome vano, senza subjetto. Bisognava insomma esplicare in Fausto il carattere, appena accennato nel Proctofantasmista della tregenda.
[XIX. — I caratteri de' protagonisti.]
Il Fausto mitico è davvero insaziabile e non sai se più di passioni o di godimenti. Non lascia intentato alcun Regno del pensiero, alcun angolo della natura; anzi fruga, fruga dovunque e schianta da ogni albero scienza e voluttà, nè si appaga, se non dopo averne tocco l'apice in grembo alla sua famigliuola storica. Fausto è lo scienziato del rinascimento, [pg!207] che nega l'enciclopedia dommatica dell'epoca, e tenta di costituirne un'altra; però, potendosi con l'empirismo asseguir bensì cognizioni staccate, ma non già far corpo di scienza, Fausto rimane inappagato. Ecco perchè chiama il diavolo; e, condannato a creder solo fatti, vuole almanco verificarli tutti ad uno ad uno co' sensi proprî. Quindi le arti necromantiche, i viaggi per questo e per quell'altro mondo,
... monde étrange, absurde, inhabitable,
Et qui, pour valoir mieux que le seul véritable,
N'a pas même un instant eu besoin d'exister;
quindi le vaticinazioni, l'evocazioni, le fantasmagorie; quindi quel fare assumere al succubo la forma d'ogni bella, ch'ei pensa. L'insaziabilità non rimane parola vuota, anzi s'incarna in un seguito d'azioni, costituisce il carattere.
Ed il Fausto del Goethe?
Ben so, che mi si possono citare versi a centinaja ed in parte bellissimi, ne' quali si ragiona di scontento, d'irrequietezza, d'inappagabilità; ma le ciance son ciance, veniamo a' fatti. Ahimè, non corrispondono! Vittorio Alfieri dice aureamente sul carattere della Clitennestra nell'Oreste suo, che doveva essere: Or madre, or moglie, e non mai moglie o madre; dice aureamente, la cosa esser più facile ad esprimersi in un verso, che a rappresentarsi per cinque atti. So quel, che volete dire; vi s'affaccia sulle labbra il giudizio, che Mefistofele fa di Fausto:
... Gli diè la sorte irrefrenabil mente,
Che ognor trascorre, e troppo impazïente
Di questo mondo un sol piacer non gode[26]: