[pg!208] e quanto soggiunge altrove:

... Nè gioja il sazia, nè ventura appaga

Per mutabili forme egli arde ognora[27].

So quel, che volete dire: vi sovviene la parlata di Fausto nel sottoscrivere il patto: Acchetiamo le ardenti passioni negli abissi della sensualità: ogni portento sia pronto in impenetrabile veste necromantica. Immergiamoci ne' vortici del tempo, nell'incalzare degli avvenimenti: e dolore e godimento, trionfo e noja si avvicendino celeremente. Ma in quali fatti, in quali azioni si esplicano, s'incarnano queste rotonde parole?

Sono un programma da deputato della sinistra, che gracchia su tutti i toni: abbasso i consorti, onestà, disinteresse; e poi? poi va al Parlamento per vendere il suo voto o le assenze od il silenzio, per isbrigar faccende avvocatescamente, per carpire impieghi e ricevitorie, non già per l'incorruttibile signoria sua, ohibò! anzi solo per una sesquiserqua di parenti prossimi o remoti; per ottenere un titolo buffonesco di conte, mentre repubblicaneggia... I democratici son ghiotti di titoli, oh assai! e quando manca loro una baronia legittima, ne usurpano persino da bravi qualcuna più o meno spuria, come vediamo farsi dall'autopseudo barone Nicotera.

Se avesse operato a dovere Fausto, ed io allora senza il programma mi sarei accorto ben io come stavano le cose. L'assenza di misura e di scopo, la impazienza d'afferrar qualcosa a volo, il compiacersi ad intingere il muso in ogni salsa, conveniva rappresentare e raffigurarmi il tumulto della vita sociale per tuffarvi entro Fausto; il quasi aveva condursi davvero, come se il suo programma di vita fosse questo:

Stender convien la destra ad ogni frutto,

Abituarsi a qualsivoglia affetto;

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Gustare in questo mondo un po' di tutto

Pisciando in molte nevi e in più d'un letto;

Al caldo, al freddo, alla letizia, al lutto,

Al bene, al male, assuefarsi il petto,

Ne' rapidi momenti tra la culla

E 'l cataletto. Ed appagarsi? In nulla.

Ecco! Ma niente affatto: il Fausto del Goethe è la più contentabil persona, che immaginar si possa, vera figura comica. Gli è un bimbo, irrequieto finchè l'incateni allo scrittojo, ma che, come gli viene fatta licenza d'alzarsi dallo studio, trova subito da spassarsi quieto quieto e quatto quatto, allegro del più semplice giocattolo; gli è una cagnuola, che non sa trovar pace in casa, ma che, subito sguinzagliata per istrada, ci segue mogia mogia. Diamine, dove mai dimostra incontentabilità, insaziabilità? Non certo quando una brigatella d'ubbriaconi e la prima sgualdrinella inciampata, l'incantano. Non certo quando si compiace dello spettacolo plebeo (Dante avrebbe detto: Il voler ciò mirare è bassa voglia) d'una brutale gozzoviglia, la quale che non si fa amnistiare per la genialità e lo spirito de' stravizzanti; nè quando e' si diverte a fare il giocatore di bussolotti. Non quando, appena vista l'immagine dell'Elena nello specchio magico, va in estasi. E molto meno, quando, incontrata una fanciulla per via, subito spasima e s'acqueta in quell'amore e non chiede oltre. L'impazienza e l'intolleranza di ogni cosa conosciuta, ch'è il fondo caratteristico del Fausto mitico, e che questi ha di comune con Don Giovanni, non è più innata nel Fausto Goethiano, che ogn'istante ha d'uopo di essere spronato e rinzelato da quella pittima cordiale di Mefistofele.

Ed infatti Mefistofele e Fausto non sono due personalità spiccate, anzi due spicchî d'una medesima e sola personalità. I loro colloquî si potrebbero arcibenone trasformare in un lungo soliloquio senza mutarvi presso che nulla: così, tante volte, noi nel ragionare con noi stessi, dialogizziamo il pensiero per maggior comodo. Mefistofele è formato da una [pg!210] costola di Fausto come l'Eva biblica da una costola d'Adamo: ma, quando la costola del padre putativo dell'uman genere divenne una persona autonoma, in Mefistofele non abbiamo ned autonomia, nè personalità, nè consistenza, qualità essenziali e sine qua non del personaggio poetico. Sembra, che il Goethe si sia scritta una lista di tutte le parti più o men diaboliche; e che quindi ragionatamente abbia fabbricato il suo Mefistofele. E perchè il demonio ha da essere osceno e cinico, gli ficca di quando in quando una parolina poco decente in bocca; e perchè il demonio ha da essere bugiardo, gli suggerisce qua e là una bugiuola, e via discorrendo. Ma questo non è il modo nè di percepire, nè di rappresentare un personaggio poetico, un fantasma! Il cinismo non vien rappresentato da una porcheria, nè lo spirito da una spiritosaggine; ma e l'uno e l'altro debbon divenir fondamento del carattere, debbono informare ogni azione, ogni pensiero, ed esser sempre ugualmente presenti in ogni parola ed in ogni fatto. Il Diderot dice un gran bel vero, quando asserisce, che, dato un piede, un'ugna, la menoma parte di un certo corpo, la natura necessariamente non può farvi altre parti corrispondenti, se non ricostruendo quel dato corpo tale e quale ed in quella tale attitudine. Non c'è uomo, che abbia punto punto pratica di mondo, il quale non sappia immediatamente distinguere il vero cinico, che può avere un linguaggio compostissimo, da chi è semplicemente sboccato così per vezzo o per mal vezzo.

Questo vale anche e più pel carattere di Fausto. Il poeta mi deve rivelare in ogni caso tutto il personaggio, e non già dimostrarmi separatamente in venti scene, in venti episodî, altrettante parti del suo carattere: che sarebbe lavoro d'anatomista non di artista, e gli anatomisti dell'opera d'Arte siamo in un certo senso noialtri critici. L'Arte sta appunto nel mostrarmi in ogni atto, in ogni parola, tutto l'uomo con ogni sua determinazione, talchè il percepisca ed il comprenda, lì, nella sua totalità [pg!211] complessa e mel veggia viver dinanzi; e non istà mica nello sciorinarmene successivamente queste determinazioni, membra disjecta. Che il procurator generale dimostri il tale imputato ubbriacone documentando un fatto, il manifesti giuocatore rendendo inconfutabile un altro, ed il convinca ladruncolo, provandone un terzo, sta bene; ma voi, poeta, raccontandomene un solo, siete in obbligo di rappresentarmi quel tale, (poniamo che sia Panurgo, e che voi siate Cecco Rabelais), ubbriacone e ladro e giuocatore e presso ch'io non dissi e tutto ad un tempo. Non dovete mostrarmi il Triboulent, come Vittorio Hugo nel suo Roi s'amuse, prima buffone e poi padre, ma sempre e poi sempre Triboulet, misto di padre e di buffone.

— «Ma nella stessa Natura le manifestazioni delle parti di un carattere sono per lo più successive!»