— Apparentemente, perchè nella Natura non c'è la concentrazione, la perfetta unità tra l'Idea e la immagine, che costituisce il Bello; ed appunto per questo l'Arte non è la Natura ed in lei sola si incontra perfettamente incarnato quel tal Bello. Ed è pur la strana cosa, che gente dotta in Italia disconosca una verità fondamentale di quest'importanza, alla quale le nostre plebi sono giunte per istinto da secoli. Infatti, quando i canti popolari vogliono sublimare oltre ogni dire la bellezza d'una innamorata, la chiamano fatta con la penna, col pennello, di stucco, dipinta con vero pennello.
Sei tanto bella, iddio ti benedica,
Par che t'abbia dipinto Santo Luca.
Quindi pur troppo noi, quando si parla di Fausto, abbiamo il dritto di chiedere: qual Fausto? di quale scena? Certo, che quello del primo soliloquio non ha molto di comune con quello della cucina magica o con quello, che di soppiatto entra nella cameretta di Rita e che ne fugge, giurando di non riporvi il piede mai più. [pg!212] Non basta dire: ho due anime in petto, che tendono a disgiungersi: l'una si avviticchia appassionatamente al mondo, l'altra vuole ad ogni costo innalzarsi all'empireo degli avi[28]: bisogna esplicarne e realizzar questo contrasto. Ed è appunto ciò che Messer Goethe non ha fatto. Un giovane inglese gli confessava di trovare il Fausto difficiletto; ed egli rispose — :«Certo gliene avrei sconsigliata la lettura. Si tratta d'una stravaganza, che eccede il sentir comune. Ci si è impegolato senza consultarmi? Faccia di cavarsela! Fausto è un individuo singolarissimo: a pochissimi è dato compenetrarsi dello stato dell'animo di lui. Parimente il carattere di Mefistofele è difficile per l'ironia come risultato vivo di lungo studio del mondo. Vegga cosa le riesce capirne!» — Quanta fatua presunzione! Come uno scrittore può illudersi in tal forma sul valore delle cose proprie?
Della Margherita non c'è troppo che dire: l'artistico in que' turpi caratteri sta nell'esplicazione psicologica, che qui veniva implicitamente esclusa dalla forma drammatica; forma ripugnante al contenuto.
Il Fausto del Goethe è un capolavoro sbagliato, è l'aborto d'un capolavoro: non è quindi meraviglia, se in esso trovi parti ben conformate, che, raggiungendo un più maturo sviluppo, avrebbero potuto ammaliare; come non è meraviglia, se in un aborto si ravvisano gli organi, che esplicati e compiuti avrebber composti un uomo od una donna bellissima. La fatuità e la vanagloria nazionale del tedesco, e la buona fede o dabbenaggine latina potranno accordargli una voga più o men duratura, ma il tempo ad ogni modo ne farà giustizia. E chi non guarda solo la buccia, può già accorgersene ed argomentarlo da più d'un fenomeno. Il mito di Fausto rimane ancora [pg!213] adoperabile, non ha ricevuto forma definitiva. Il popolo stesso del Goethe, che pure non ha una grande stregua estetica, non s'è appagato della forma da lui imposta al mito: e questo è già l'implicita condanna del suo poema. Parecchi, dopo di lui, hanno (ed inutilmente del pari) tentato d'incarnare quel grande e vastissimo argomento, che rimane fin qui come l'arco d'Ulisse, inutile a' Proci, aspettando forse che un genio Italiano sorga e compia anche per esso, ciò che è stato nostra missione di fare per gli altri grandi cicli poetici del Medio-Evo.
Ma se, come parmi d'aver accennato, sfilando questo disacconcio collare, esaminiamo ogni scena per sè, ogni parlata a parte, ogni perla isolatamente, allora dobbiamo confessarci vinti anche noi, subir l'incanto come chicchessia, andare in estasi e perdonare la prona ammirazione de' fanatici del Goethe: ci sarà forza convenire, poche opere contener tante bellezze poetiche quante ne racchiude questo mostro. Abbiamo finora severamente biasimato, non perchè ciechi per esse; e se ora non le analizziamo ad una ad una e non le facciamo risaltare nel pieno loro fulgore, non è che si sia ingiusti. Ma chi non le conosce? sarebbe superflua ed interminabil cosa il dimostrarle ad una ad una; le son tante e tanto note, che han fatto velo a molti e tutt'altro che volgari uomini sul merito essenziale dell'opera stessa totale, e che, malgrado tutti e tutti i suoi difetti, la salveranno dal pieno obblio. A noi conviene non disconoscere questi meriti, ma non permettere altresì, che ci facciano velo all'intelletto. Non confondiamo l'impressione e il giudizio.
[XX. — Conclusione.]
Lettore, io mi sento un po' stanco; e debbo argomentarne e credere, che tu sia peggio stanco di me: potrei continuare un pezzo ancora per infastidirti, essendo il mio tema su per giù del genere di quelli mentovati dal Coleridge: [pg!214] Soggetti, su' quali e' mi sarebbe malagevole non dir troppo, sebben certo al postutto di tacer sempre la miglior parte e di lasciar più da spigolare altrui che non avrò mietuto io; ma per la meglio conchiuderemo. Una scrittura non deve aspirare ad esaurire qualsiasi argomento, anzi l'unica gloria, che le si convenga ambire, sta nell'eccitare la mente del lettore a pensarvi su, nel darle una buona spinta durevole per un pezzo; come quel gran calcio, col quale il Padre Eterno, secondo l'affresco di Raffaello, mise in moto le sfere celesti. Dunque, riassumiamoci; quantunque abbia camminato alquanto a sbalzi, quantunque abbia spesso fuorviato in digressioni, pure ho inteso di svolgere un ordine di pensieri logicamente concatenati.
Facendo l'autopsia estetica dell'opera del Goethe, vi abbiamo ravvisato un triplice contenuto eterogeneo: epopea, leggenda e novella. Vedemmo l'epopea starvi proprio a pigione; e leggenda e novella, non fuse in una monade artistica, appaiono solo agglutinate esternamente. Esaminammo la novella, che rinvenimmo: nell'invenzione, prosaica e plebea; nell'esecuzione, difettosa dello sviluppo psicologico, il quale suol formare il poetico e la malia del genere. Notomizzata poi la leggenda, vi scoprimmo la deficienza d'un concetto organico, caussa ex qua (per trasportare in estetica la vibrata espressione fisiologica del Van Helmonzio) necessariamente derivasse ogni membro, ogni scena, ogni verso; invece regnarvi sovrane le aspirazioni, ispirazioni, disperazioni ed esasperazioni momentanee dello scrittore, che ne desumeva pretesti ed occasioni per isfogare i suoi affetti subjettivi. Da queste circostanze, cioè dalla inconcettosità e dalla subjettività morbosa, sì dell'opera che dell'autore, giudicammo risultare tutti gli altri difetti organici della tragedia, l'incertezza del tono, l'ironia neutralizzata, la disocchiatezza pei migliori momenti poetici, la sproporzione delle parti, la disutilità della macchina, l'insussistenza dei caratteri, la mancanza d'idealità e la sovrabbondanza d'Allegorico: colpe artistiche, che non si ricomprano [pg!215] o compensano da bellezze particolari ed incidentali, per quanto grandi queste si vogliano benevolmente supporre, e noi le abbiamo supposte arcigrandissime, per dispensarci dall'esaminarle, senza incorrere nella taccia di parzialità.
— «Ma come spieghi poi la fama gigantesca, conseguita dalle opere del Goethe in generale e dal Fausto in particolare?» —