— «Dove? in Lamagna o fuori?» —
— «In Lamagna, presso di noi, dappertutto: il fenomeno è quel desso dovunque s'avveri.» —
— «Piano, piano! Il fenomeno è sostanzialmente diverso secondo il dove. Distinguiamo, amico lettore stimatissimo.» —
— «Distinguiamo pure; tanto non ci si perde nulla, tranne un po' di fiato. Dunque, in Germania?..» —
— «In Germania?... Caro mio, l'è una gran bella virtù l'amor proprio e quel cosiddetto patriottismo, che n'è una forma particolare. Dice il proverbio veneziano: a tutti ghe sa de bon la so scorezeta! I prodotti patrî sembran sempre portenti. Ricordati la gioia di Vittorio Alfieri, nell'incontrare un somarello a Gottinga, perchè il somaro gli rammentava l'Italia; ricordati il giubilo di Arrigo Heine nel rimpatriare: la melma della strada consolare era fango patrio! I cavalli scodinzolavano confidenzialmente, come se fossimo stati antiche conoscenze, e le loro mete mi parean belle quanto i pomi di Atalanta! Quel fango e quello sterco eran la Germania! Qual che si sia il merito intrinseco del Fausto, dovremmo stimare il tedesco di ammirarlo, ancorchè questo feticcismo dipendesse dall'imperfezione delle sue facoltà estetiche, quistione etnografica ed antropologica, che qui non occorre sviscerare; da quella imperfezione, che gli fa attribuir tanta tanta esagerata importanza all'arte sua epigonica di stufa, e sentenziare tanto erroneamente sulle arti spontanee e di valore assoluto degli altri paesi. Ma! da palato avvezzo al pan di segala ed alla cervogia, non puoi pretendere fine giudicio [pg!216] sulla qualità de' vini annosi di bottiglia e del pan buffetto.» —
— «Questo potrebbe correre, laddove la Germania fosse sola ad applaudire il Fausto! Ma il mondo intero non può errare: voce di popolo, voce di dio!»
— «Ohi! tu dici gli spropositi a coppie, a paja; come chi prendesse due colombi ad una fava. In primis, non tutto il mondo consente, perchè, se non altri (dico come quel Greco) dissento io. E poi... supponendo che tu sappi di latino, eccoti una sentenza ciceroniana: Ego hoc iudico, si quando turpe non sit, tamen non esse non turpe, quum id a moltitudine laudetur. O, caso ti fossi in mal punto lasciato indurre da quel Mastro di scuola (eminente se vuoi, quel che ti piace, ma mastro di scuola e non altro) ch'è Teodoro Mommsen, a considerar Cicerone, non più d'una vil succiola (per dirla col Redi), e quindi non attribuissi autorità alle sue parole, eccoti qualcosa di patavino: nil tam inaestimable est quam animi multitudinis. O, caso ti fossi lasciato sedurre da quel Bertoldo anzi Cacasenno del Niebuhr a valutar Tito Livio quanto una ghiarabaldana...»
— «Amor mio, torniamo a bomba, che se ci avessimo a sperdere nuovamente in digressioni e citazioni, non la finiremmo più. Conosco i miei polli e la tua chiacchiera!» —
— «Torniamo. Senti questa. Un certo brioso pittore, scapatello e bizzarro, fu chiamato in un paesucolo di provincia, sepolto fra gli Appennini, ad impiastricciar d'affreschi non so che cupola o parete o vôlta di chiesa o cappella o santuario consacrato all'Assunta. Que' bravi provincialoni, te lo pagano anticipatamente e profumatissimamente, te lo trattano come noi metropolinatacci fastidiosi non tratteremmo l'uomo, che pienamente incarnasse l'Universale del Pittore: feste e cortesie! Capirai che il giovinastro si dispensò dal toccare la calce od i colori in vista delle occupazioni maggiori, che il trattenevano notte e giorno vuoi nell'osteria a [pg!217] classificare i vini del contado per ordine di merito, e sentenziar quali potrebbero figurare nella prossima esposizione agronomica, vuoi presso qualche forese, che addottrinava non so se nella filantropia o nella filandria. Frattanto si avvicinava e finalmente aggiornò la vigilia della festa della signora de' cieli e patrona di quel borgo; ed il poverino si destò imbarazzatissimo: la dimane dovea scoprirsi la cupola o parete o volta, che si fosse, ahimè! bianca come ei l'avea trovata.» —
— «Scusa, sai, se t'interrompo: l'aneddoto è patetico, niuno più alieno di me dal negarlo, commoventissimo, ma che c'entra?...»