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Angelo Camillo De Meis racconta, in fine del suo Dopo la Laurea, delle scoperte paleontologiche, fatte da un certo Peppantonio, in una caverna a pochi passi dal polo australe: — «Scava scava, se n'è venuto via con centoventiquattro sacca, piene piene di pezzettini d'ossi occipitali e frontali e parietali, tutti press'a poco umani; e ne ha formato circa ottocentottantotto generi; ed ha avuto la felice idea di dedicarli a' più eccellenti poeti epici e drammatici contemporanei. C'è la Pratia epileptica e la Chiossonia paralytica; e, per non far torto a quelli, che si distinguono nel genere lirico, ha formato la Vittorhughia atassica e la Zanellia superflua». —

Queste due ultime parole sembran dapprima solo un frizzo garbato; ma le credo il miglior giudicio possibile su' versi dell'abate Giacomo Zanella, cavaliere dell'ordine de' Santi Maurizio e Lazzaro, uffiziale dell'ordine della Corona d'Italia, professore ordinario di lingua e letteratura Italiana presso lo studio filosofico della R. Università di Padova e condirettore del seminario filologico-storico, nonchè deputato provinciale nel consiglio provinciale per le scuole; e (se non erro) membro effettivo del R. Istituto di Scienze, Lettere ed Arti di Venezia. Quanta roba, eh! Può darsi, che egli sia un egregio sacerdote: bisognerebbe [pg!226] sentir l'opinione del suo vescovo. Può darsi, che riesca, ottimo amministratore: il Ministro della Pubblica Istruzione e gli amministrati sono giudici legittimi se non competenti. Può darsi ancora, ch'egli si dimostri professor valente; sebbene non nasconderò, che mi sorprende il vederlo cattedratico ordinario, senza che sia noto per alcun serio lavoro storico o critico; ma non è il solo in Italia, che non possegga titoli giustificativi, cui possa gridarsi: fuori i libri! Soliti favori! Qui però non dobbiamo occuparci nè dello insegnante, nè dell'accademico, nè dall'amministratore; bensì del verseggiatore. Come tale, è superfluo: non ha una ragion d'essere al mondo. Ed è superfluo, perchè le sue qualità poetiche sono affatte nulle; perchè non arricchisce il nostro mondo fantastico nè d'un concetto, nè d'una immagine. Il dico con dolorosa convinzione e dopo esame accurato del volume, per cui venne acclamato poeta da' birrichini, i quali in Italia fanno mercimonio di lodi e d'encomî. Il Zanella scrive versucciattoli, che in un albo od in occasione d'un onomastico, d'una festicciuola qualunque di famiglia, possono far buona figura; i molti di questo genere, da lui rivolti a' componenti della famiglia Lampertico, lo han fatto chiamare da qualche malevolo: il poeta aulico di casa Lampertico. Ma ben altro è l'ingraziarsi presso una famiglia doviziosa ed il diventarvi ospite desiderato ne' banchetti e nelle feste; e ben altro il segnare, il significare un nuovo passo della fantasia di un gran popolo, e del popolo, che ha, senza dubbio, il maggior passato poetico.

Che dico! da pochi, arcipochi si può pretender tanto. Ci contenteremmo, ammireremmo, se il Zanella, anche senz'aprir vie nuove, fosse capace di crear di belle immagini e vivaci, fosse almeno capace di piegare il verso a nuove forme, lasciando pure ad altri di avvalersene a miglior uopo.

Nondimeno gli encomiasti non son mancati. Da noi non fa mai difetto una penna compiacente (la parola propria sarebbe ruffiana; ma non s'ha a dire [pg!227] tra la gente ammodo. Non l'adoperiamo dunque!) che si presti a levare a cielo qualche chiarissimo; massime quando corrono raccomandazioni di persone influenti; quando un Lampertico, per esempio, ed un Giorgini commendano e vogliono. È così facil cosa il lodare a casaccio, l'appiccicare una selva di epiteti gentili a' nomi ed alle cose! il citare alcuni brani d'un autore ed andare in estasi senza dir perchè! Certo, lettori, che gustino così alla cieca, che ammirino senza rendersi e render conto delle ragioni, che li fanno strasecolare, ci vogliono e ce ne voglion molti. E' sono appunto quelli, che si addimandano il volgo; e senza grandi uomini e senza uomini di vaglia si potrebbe stare al mondo; senza volgo, no davvero. Ma uno scrittore, uno, che pretende d'intendersene, uno, che si arroga di spiegare al pubblico cosa debba approvare e biasimare, commette una vera indecenza, schiccherando insulse dicerie encomiastiche. Per articolesse di tal fatta, il gergo de' giornalisti adopera un bel nome: le chiamano soffietti. I francesi le dicon reclames. Ad ogni modo son brutture.

Un certo Isidoro Del Lungo... sbaglio: il chiarissimo Isidoro Del Lungo, professore di Letteratura Italiana presso il Regio Liceo Dante di Firenze, cavaliere dell'Ordine de' Santi Maurizio e Lazzaro, Accademico residente della Crusca e di quelli deputati alla compilazione quotidiana del Vocabolario; prese l'assunto di annunziare a' quattro venti, ch'era sorto un nuovo poeta. Impiastricciò un dialogo, che incomincia con una lode all'editore del Zanella, della quale non può discernersi altro approposito od altro motivo, tranne il desiderio, naturalissimo in chi scrive, d'ingraziarsi con un editore accreditato. Prosegue, rivelando il suo dispettuzzo, per non essere stato nominato membro della commissione, che compila il vocabolario giorginiano. Quindi, ingiurie generali a tutti i verseggiatori moderni, perchè verba generalia non sunt appiccicatoria; ed un inchino particolare a' più dappochi, che gli avvenga di nominare. Una [pg!228] scappellata al Carducci, (ch'io non so come possa nominarsi da un galantuomo e da un buon cittadino, senza che l'indignazione morale trabocchi); un sorrisetto al Maccari ed al Castagnola e persino un saluto al Rapisardi ed una reverenza al Ventura. Cita titoli e brani de' componimenti del Zanella e loda e loda, senza ragionar mai le tante lodi; ed appena appena in fine, in via di concessione, ammette che non tutto sia perfetto nel volume; che la poesia del Zanella abbia certi difetti.

Veramente io ritengo le coserelle meschinissime del Zanella non meritare il fastidio di una disamina seria. Allorchè il volume venne in luce, gli detti una scorsa, quanto bastava a chiarirmi di che roba si trattasse, ed il buttai lì subito. Leggicchiate le lodi del Del Lungo, risi del maldestro incensatore; su conclusioni motivate in quel modo da un tale avvocato fiscale, stimai che il pubblico dovesse giudicare tutto all'incontrario. Ma il pubblico è pecora: il pubblico accetta i giudizî bell'e formolati, senza criterio, da chiunque gli vengan porti, purchè gli si porgano con improntitudine ed arroganza. Dorme all'udienza e sottoscrive la sentenza, che un qualunque, istituendosi cancelliere di autorità propria, gli pon sotto la penna. In fondo, il male poteva non sembrar grande: che un Zanella di più o di meno, sul falso giuramento d'un criticonzolo qualsiasi, scrocchi per venti o quindici anni un po' di mezza celebrità, non sembra affare capitale. Ma il vedere que' versi, così raccomandati, per le mani di tanti; il vederli studiati ed imparati a memoria; il vedere, in un programma ufficiale, parlato della Letteratura Italiana da Dante al Zanella; mi ha fatto impensierire. Il Zanella non appartiene alla storia, anzi alla teratologia letteraria; i suoi componimenti contengono cattiva poesia e concetti immorali; non è forse una cattiva azione tanto il commendarli contro-coscienza, quanto il tacerne un biasimo coscienzioso? — «È insopportabile in un critico la tolleranza di componimenti mediocri,» — scriveva Giovanni Berchet. — «La tolleranza è un dovere [pg!229] religioso, è una virtù sociale, ma in materia poetica non è comandata da nessuna filosofia.» — Ed io posso soggiungere, come lui: — «Eppure, sia detto in buona coscienza, non entra mai ne' disegni nostri una menoma intenzione di pigliare la penna in mano per muovere la bile ad una menoma persona.» — Ma, chi ammira il Zanella, a me sembra aver perduta la intelligenza del bello poetico: chi ne accetta le dottrine, è forza che diventi cattivo cittadino ed uomo di sensi volgari. Il dimostrerò. Inoltre, per me l'arte è cosa seria; e non credo davvero, che intorno ad essa le opinioni sian libere: c'è una opinione giusta e ci ha le false; ed in affare di tanto momento, non saprei ostentare l'apatia, di cui fa mostra a proposito della castità della mogliera, Ulrico, cavalier boemo, appresso il Bandello (Parte I, Novella XXI); nè dirò mai: — «Credete voi ciò, che vi pare, che io non ve lo divieto; e lasciate, che io creda quello, che più m'aggrada e mi cape nella mente; perciocchè il mio credere non vi può annojare, nè il vostro discredere mi reca danno alcuno, essendo libero a ciascuno, in simili avvenimenti, pensare e credere ciò, che più gli va per l'animo!» — Gli àpati son ébeti.

Nel MDXCIII, corse voce, che fosse spuntato un dente molare d'oro ad un fanciullo slesiano. Il fatto commosse grandemente i dotti di Lamagna; ed un certo Horstius, professore di medicina in non so quale universitaducola di quel paese lì, in seguito a ricerche profonde, pubblicò, due anni dopo, la storia del dente, dichiarandolo di natura doppia come Gesù Cristo, cioè parte naturale, parte miracoloso; ed assicurando, che domineddio l'aveva collocato nell'alveolo mascellare del ragazzo, per consolare la Cristianità afflitta dalle vittorie turche. Dopo l'Horstius, scrisse sull'argomento il Rullandus; e, due anni dopo, l'Inglosterus (altro dotto alla tedesca d'allora) confutò il Rullandus; dal quale gli fu replicato sapientemente. Un quarto dottorone, in una monografia, raccolse tutte le opinioni già enunciate, aggiungendovi [pg!230] la sua. Sventuratamente capitò un orefice ad esaminare il dente miracoloso; e durò poco ad accorgersi, che non era altrimenti di metallo massiccio; che non era d'oro, anzi solo ad arte dorato, rivestito d'una fogliolina d'oro. Del ser Zanella han parlato gli Horstius, i Rullandus, e gl'Inglosterus; gli è ormai tempo, che un povero orefice lo esamini e dica la sua.

L'Italia ha tanti verseggiatori, ch'è uno sgomento. Come distinguersi in mezzo a tal frotta o caterva di mediocrità? Come fare per far chiasso? come acquistare un po' di celebrità senza troppo affacchinarsi? Ecco il problema difficilissimo, che si presenta innanzi ad ogni sedicente poeta Italiano. Chi fosse artista daddovero, chi avesse una potente favoleggiativa, chi avesse qualcosa in corpo, il quesito non gli si affaccerebbe neppure alla mente. Porterebbe in sè un mondo poetico impaziente di esprimersi, di affermarsi. Ma questo è caso raro; i più, senza ispirazione, senza fantasia, non avendo un vero contenuto poetico, non sapendo in sostanza che dirci ed a che applicare la sciagurata facilità, l'improba smania d'imbrattar carte, cercano di essere originali o per qualche bizzarrie d'espressione, o pel tematico. Quindi abbiamo specialità poetiche come specialità mediche. In quella maniera appunto, che ci sono dentisti ed ostetrici ed ortopedisti ed oftalmoiatri; noi troviamo, che, per esempio, un novelliere non mette in iscena se non pupi in uniforme: ha la privativa dei racconti militari; il tale altro parla solo di delitti, di sangue, di stupri e di patiboli: ha la specialità delle storie giudiziarie; Meneghino si aggira sempre tra le tombe e promette di morire ad ogni ottava; il dottor Ballanzoni coltiva unicamente la bestemmia e l'imprecazione; Pulcinella ha il monopolio dell'umanitarietà e della filantropineria; ed un Zanni, ossia il Zanella, si è impossessato della natura e delle scienze naturali; e si è fatto il poeta del positivismo, del positivismo Italiano.

Le origini del positivismo Italiano sono le più semplici [pg!231] del mondo. Non è sorto per necessità logica; non proviene da una esigenza del pensiero nazionale, da una evoluzione scientifica, cheh! In quel riffa raffa di cattedre, che ha luogo dal cinquantanove in poi, parecchie cattedre filosofiche vennero agguantate da chi stimo filosofo quanto io mi credo sinologo o jamatologo. Gli è accaduto, per esempio, che al gran lotto della pubblica istruzione guadagnasse l'ambo di una cattedra di Filosofia, chi era cognito soltanto per qualche monografia storica più o meno spropositata, più o meno monca, più o meno male scritta, piaggiando ogni partito. Posizione imbarazzante! ma più d'una volta s'è visto, e fuori e da noi, uomini coscienziosi, costretti dalla fame ad assumere l'insegnamento di materie non per anco da loro studiate, mettendocisi coll'arco della schiena, conchiuder qualcosa, e riuscir valenti; per più d'uno è stato vero, che insegnando s'impara. Invece coloro, cui alludo, pe' quali l'importante era lo stipendio, ritennero più comodo il negare la scienza, che venivano chiamati ad insegnare e che avrebber dovuto imparare; il dire: — «La filosofia non c'è, la filosofia è un assurdo; le idee generali son ircocervi anzi ippotragelafi; non vi ha se non fatti singoli; il mondo è essenzialmente frammentario; tutto è accidente, o tutt'al più legge, che regola l'accidente; tutto è empirismo; la cognizione assoluta, il vero assoluto,