Di fuor del qual nessun vero si spazia,

è un'allucinazione dello intelletto. Limitiamoci alla cognizione di qualche fenomeno, di mille fenomeni, via, d'una serie infinita di fenomeni. Questo è il non plus ultra dello sforzo intellettuale umano. E se una voce segreta, anzi un bisogno imperioso vi costringe a chieder qualcosaltro alla scienza, a riproporle ostinatamente i quesiti supremi, oggetto della filosofia, saggi mortali, castratevi l'intelletto! E se la ragione vi afferra e vi [pg!232] vuole fare entrare nel suo talamo, o casti Giuseppi del pensiero, lasciatele in mano il mantello e fuggitevene in farsetto, e rimanete involontariamente «ignari!» — Il sacerdote predicava l'ateismo! il professore bandiva l'inesistenza della scienza, per insegnar la quale il pagavamo! Osceno spettacolo! Quando il prete od il maestro dubitano del loro credo o della loro dottrina, se son galantuomini scendano dal pulpito e dalla cattedra ed aprano bottega per conto proprio.

E così la gioventù Italiana fece a gara ad evirarsi intellettualmente: e credè che fosse un merito di esser più eunuca. E fu certo un titolo per andare avanti ed aver plauso ed aver guadagno. Povera Italia!

Di questa scuola ciarlatanesca è poeta il Zanella.

Chi vuol rendersi ben ragione del suo valore artistico, del modo nel quale costui comprende la Natura, mi faccia il piacere di rileggere il Dopo la Laurea del De-Meis; e dico rileggere, perchè non posso ammettere, che una persona colta non abbia letto quel volume. Vi trovi una lettera, la seconda, che, se non fosse stata stampata parecchi anni prima che il Zanella acquistasse qualche notorietà oltre la cerchia de' nobiluzzi veneti, si direbbe una continua allusione al poeta aulico di casa Lampertico. L'argomento della lettera di Giorgio a Filalete è assolutamente lo stesso della lirica zanelliana intitolata Natura e Scienza; ne la direi il miglior commento, se i componimenti del Zanella fossero tra le cose, che si commentano; ed essa ci abiliterà a giudicarne ammodo. Entrambe prendono le mosse dall'intuizione e divinazione ed interpretazione poetica, che l'umanità fanciulla, che la fantasia, fa de' fenomeni naturali. Verseggia così quel di Chiampo:

Come ritrosa Vergine, t'involi,

Discortese Natura, al guardo umano,

Che, pel lento mutar di mille soli,

Di cielo in terra t'ha cercato invano.

[pg!233]

Con giocondo terror vide talvolta

Balenar dall'abisso il tuo sembiante;

Ma tosto, di più nere ombre ravvolta,

Scese la notte sul deluso amante.

E quel di Bucchianico fa scrivere al suo Giorgio: — «Quante volte, prima di abbandonare la mia casa e la mia patria, mentre m'aggirava per l'ameno boschetto, che circonda il mio tetto paterno, io era andato pensando alla mia inutile vita e alla cieca ignoranza, in cui la traeva! E poi, stanco, mi stendeva sopra un praticello smaltato di fiori, all'ombra di un gran mandorlo; e mi metteva a guardare il profondo cielo e i lontani campi; e talvolta mi curvava a terra e guardava lungamente le erbette e i fiorellini, che mi crescevano intorno! Alla vista di quelle cose sì belle, io era a poco a poco commosso. La giovane fantasia mi s'infiammava; ed io vedeva quell'erba animarsi, muoversi e voltare verso di me le loro punte; e da quelle tramandare un oscuro susurro, che mi pareva la voce della Natura e mi faceva palpitare o tremare. O natura, o Natura, io pensava fra me, parla dunque, spiegati chiaro, dimmi chi sei! tu chiudi dentro di te qualche cosa, che i miei occhi non veggono; giacchè non sono quelle deboli foglie e quegli umili fiori, che potrebbero farmi palpitare e tremare; esce da loro una virtù arcana, ci è in loro qualche cosa d'infinito e di divino, cui risponde la mia anima, che in questo momento si sente anche essa infinita ed immortale; ci sei tu, o Natura. Ma io non so, chi tu possa essere: ed io ho bisogno di saperlo, ho bisogno di scuoter questo grave sonno e diradare questa così fitta oscurità, che mi copre la mente. Ma.... non è più il tempo delle rivelazioni, che si fanno al cuore dell'uomo; e cui l'alta fantasia presta le sue forme. Oh no! non è più il tempo dell'ispirato sentimento e della mistica immaginazione. È il tempo della profonda ragione e della severa scienza, alla quale si perviene solo per la via del lungo studio e della grave fatica. Non si ha dunque a fare come il nostro Giacomo,» — [pg!234] Leopardi, veh! non Zanella; — «che aspettava sempre l'ispirazione e stava con l'orecchio teso, se mai la risposta della diva Natura si facesse un giorno sentire dentro al suo cuore; e, non udendo mai nulla, s'affliggeva e si disperava. Io invece studierò; io ti cercherò, o Natura; io t'incalzerò dappertutto; ti frugherò piega per piega; ti rovisterò molecola per molecola. Avrò pazienza, ti starò intorno cinque, sei, otto, dieci anni, finchè non ti avrò strappato il tuo secreto: questo terribile secreto, di cui sei tanto gelosa, e che tieni sepolto, io non so se nel profondo o di te stessa o del mio cuore.» —

L'Uomo del Zanella; il Giorgio del De-Meis, simbolo dell'Uomo anch'esso, ambiscono tutt'e due di scoprire il segreto e l'essenza della Natura; e l'uno e l'altro ricorrono alle scienze naturali, sperimentali, empiriche, via. Il Zanella, che non è, come il De-Meis, un naturalista valente, rimpicciolisce il concetto della cosa, riducendola a mero affare di microscopio e telescopio; ma non vuol dire! Ecco l'Uomo dotto in botanica ed in mineralogia ed in zoologia ed in astronomia; eccolo fisico, chimico e meccanico; eccolo cristallografo e fisiologo: — «Il secreto della Natura è scoperto!» — sclama fanciullescamente lieto il Zanella; ed innalza un inno alla potenza dell'ingegno umano. Nondimeno, è costretto a soggiungere:

... Fuggon forse le tenebre di pria

E palese di dio splende il disegno?

è costretto a riproporsi gli antichi interrogativi: — «A che tutto questo? cos'è il mondo? qual è lo scopo dell'Universo? dell'uman genere? ed io che sono?» — E qui si stringe nelle spalle e vi dice tutto ciò essere il secreto di domineddio, e noi non [pg!235] dover presuntuosamente indagarlo. Cos'aveva egli dunque scoperto?