Ed ora ascoltiamo Giorgio: — «Mi gittai di lancio e a corpo perduto allo studio di quelle, che chiamano scienze naturali. Io sperava sempre di riudire un giorno la voce della Natura. Io era certo, che uscirebbe più chiara di dentro a que' vaghi cristalli, divenuti il mio più caro trastullo; dall'interno di quelle innumerevoli forme vegetali, con le quali tanto mi divertiva; dall'intimo di quelle ricche forme animali, che io curiosamente ricercava. Io diveniva di mano in mano più avido di farmivi sempre più addentro, per arrivare fino a quel sacro penetrale, dove m'aspettava, che l'oracolo avrebbe parlato. Ma sono dieci anni ed io non ho udito mai nulla.... Talvolta domandava i dotti, che aveva preso a guida in quegli ameni studî, se mai tenessero il grande secreto.... Ma que' grandi uomini non mi davano se non piccole risposte. Essi si ridevano della mia semplicità; o si rammaricavano e mi compiangevano del mio poco progresso nella scienza. Poichè, a sentirli, del vero progresso è segno, quando uno non fa altrui, nè si fa più a sè stesso di sì stolte quistioni, e più non vi pensa. Ille se valde proficisse sciat, quegli solo, che s'è ben finito di persuadere, che non solo non v'è la soluzione, ma non v'è nemmeno la quistione; la quale non è se non una nostra invenzione, una illusione ottica, che succede nel cervello dell'uomo fiacco e ignorante e non ha punto che far con la Natura. E severamente mi ammonivano, se progresso volevo fare e diventar davvero uno scienziato, che fossi ben persuaso e tenessi bene a mente, che quello era tutto: chimica, fisica, meccanica; e che al mondo altro non v'è fuorchè cristalli e cellule; e sì crittogame e fanerogame senza numero; e insetti piccoli e insetti grandi, come sarebbe a dire le scimie, che è quanto dire gli uomini; e che in tutti codesti amminnicoli consiste la scienza. Possibile! io diceva [pg!236] fra me: la scienza della Natura sarebbe dunque la scienza degli amminnicoli! Io era tutt'altro che persuaso. Non era quello il progresso, che io voleva fare; non era il frutto, che io anelava di raccogliere da' miei studii. A quel prezzo io non avrei voluto giammai diventare uno scienziato.» —
Un siffatto positivismo può benissimo accordarsi con qualunque e religione e superstizione. Ed invero, quanto è oggetto della religione (prescindendo dalla parte etica) e della vera scienza, rimane escluso dal campo delle investigazioni di questa ignoranza scientifica. Il Zanella vi rappresenta il tipo dello scienziato evirato nel suo Galileo; e gli fa recitare il credo e soggiungere:
Tal mi detta una fe'; sull'alto arcano
Tace scïenza. Dall'audaci inchieste,
Che di qua dell'avel non han risposta,
Tempo è ben, che si tolga; e di glossemi
Più non faccia tesoro, a cui (sic) suggello
Legittimo non pose esperïenza,
Paragone del vero. Allor ch'io venni
Ne' suoi giardini, a me disse Sofia:
— «Figlio, del mondo le riposte origini
Non ricercar, nè a qual lontano termine
L'universo si volve; impervie tenebre
All'umana ragion, quando la fiaccola
La fe' non alzi e l'atro calle illumini.
Modesta più, ma men fallace indagine
A te fia di Natura il libro svolgere,
Che chiuso giace, di secrete sillabe
Tutto vergato e d'incompresi numeri.» —
Appunto la spiegazione di questi numeri e di queste sillabe chiede ansiosamente l'uman genere; la cui semplice cognizione non ha pregio alcuno od importanza. Che importa, che giova, conoscer l'alfabeto d'una lingua, ignorandone la grammatica e le parole, in modo da poter compitare un libro sanscrito o russo, puta, senza capir nulla? A che giova, per esempio, ad un contadino di poter materialmente [pg!237] legger la Divina Comedia o gli Eroici furori, se non giunge ad afferrarne pure il senso? Questo senso della Natura, la spiegazione delle sillabe secrete e degl'incompresi numeri, il De-Meis la fa chiedere a Giorgio, che lascia l'Italia per la Francia: — «Lì vasti e bene ordinati musei; professori di spirito e scienziati con cervelli chiari e vasti, ben forniti e bene ordinati come i loro musei. Io era bramoso di vedere a qual punto ne fossero; e fin dove con la mente si fossero spinti di là da quell'ordine apparente de' loro due musei; e mi intendo quello del Giardino delle Piante e quell'altro, che se ne portano dentro il capo. Entro nel primo con loro: ed ecco i miei grandi uomini rapiti nella contemplazione di tanti oggetti naturali, convenuti in quel luogo da tutti i punti della terra; e andarne in estasi. — § C'est curieux! c'est singulier! c'est bizarre! c'est étrange! c'est joli! c'est merveilleux! — § Mais quelle est la raison de toutes ces belles choses? qu'est-ce donc que tout cela signifie? — § Monsieur, cela signifie que le bon dieu a voulu que cela fût ainsi; et nous n'avons qu'à dire: ainsi soit-il! — Questo era l'ultimo costrutto, questa la definitiva conchiusione, alla quale i miei grandi naturalisti parevano giunti, e l'alto cacume, cui sembrava, che si fossero elevati. Io però non mi teneva niente soddisfatto di questa nuova e veramente singolare, curiosa e sorprendente scienza. Un buon dio senza ragione, che si mette a fare delle cose curiose e strane, per divertire il prossimo, e farsi particolarmente ammirare della sua abilità da qualche centinaio di naturalisti, che le studiano ne' loro amminnicoli, in verità gli è un dio troppo buono; ma non è cosa, di cui possa restar capace un onest'uomo, che abbia dramma di ragione» —
Ma, se i naturalisti oltramontani interrogati da Giorgio, di buona fede si chiudono nelle scienze sperimentali e negano le virtù speculative alla mente umana, pel Zanella non è così in fondo. Egli ha notizia [pg!238] confusa del lavoro intellettuale umano; e ritiene, ch'esso abbia raggiunto la meta. Egli crede, che le tenebre di pria siano svanite, che l'uomo non sia più deluso amante del vero, anzi, che lo abbia afferrato. Il crede, senza saper troppo perchè, perchè l'ha sentito dire; questa credenza è un pregiudizio per lui, un preconcetto, ma ce l'ha.
Finora, quando veri credenti od ipocriti, apostoli o bacchettoni volevano distogliere dalle investigazioni pericolose la mente umana e ricondurla in sacristia od all'ossequio per la rivelazione, cercavano di provare l'incertezza della scienza, l'impotenza dello ingegno nostro, cercavano di convincerci che la ragione e la scienza non valgono ad assodare alcun vero, che sola fonte di verità è la religione. Il Zanella, invece, cinicamente riconosce, che la scienza c'è e che può; confessa, che la ragione ci dà il vero; ma, dice lui, ci tolgon la pace del cuore; ergo, volgiam loro le spalle. La scissura nell'uomo morale moderno non è una scoverta del nostro dabben sacerdote; altri l'hanno cantata prima di lui; altri ha rappresentato il contrasto tra 'l cuore e la fantasia, che si riattaccano alla tradizione, al dolce imaginare, e la mente, la ragione, che impone, deducendole, verità incresciose, che pur non persuadono. Il Leopardi, il Musset hanno scritti versi duraturi:
Que me reste-t-il donc? Ma raison tourmentée
Essaye en vain de croire et mon coeur de douter;
Le Chrétien m'épouvante; et ce que dit l'Athée,
En dépit de mes sens, je ne puis l'écouter.
Il Zanella invece vi dirà, che il secolo:
Stretti nel pugno i conquistati veri
Sale superbo incontro al cielo: immensa
Luce è ne' suoi pensieri....
Qui non vi è più dubbio: certezza piena invece! Il secolo ha conquistato i veri; il secolo ha luce nei [pg!239] pensieri; la gigantomachia moderna, la scalata, che gli eroi del pensiero danno all'Olimpo, non è un atto di levità giovanile, di sconsigliatezza, di presunzione; è, pel Zanella, la pura e semplice estrinsecazione necessaria dell'attività del secolo. Il Musset dubitava de' risultati della scienza; e, dopo ascoltato Aristotele e Platone, diceva: j'applaudis et poursuis mon chemin; e quindi poteva anche tentare di sottrarsi alla filosofia e di ridiventar credenzone; sebbene, appunto perchè aveva saputo qualcosa, imparandola, acquistando quel sapere da sè, non potesse acquetarsi ne' dommi, che ci si presentano bell'e formolati, inassimilabili: la ragione si ribellava. Ma voi, Zanella, non dubitate più; voi, siete tanto XIX secolo (o lode o biasimo, che a voi paja ed altrui) da creder fermamente alla scienza. Perchè dunque mi parlate di notte del cuore, che si fa più densa? Vel dirò! Perchè avete un'anima fiacca e poltrona. Perchè