.... dal dì, che lo scettro in sua man tolto,

Più non v'ha dio, l'uom disse; e Re si assise

Dell'Universo, il volto

Scolorato abbassò, nè più sorrise.

Vi manca serietà di propositi, forza di carattere, vigoria di mente, amore dello studio! La vostra personalità morale è nulla. Morta la speranza, che riconduce a dio, tutto per voi è notte, a detta vostra. Voi non avete dunque nè famiglia, nè patria, nè Principe? non leggi sacre ed amate? non avete doveri? non credete alla virtù? Avete tanto imparato e dal vostro sapere positivo non rampolla un ideale, un imperativo categorico, che dia norma e scopo al viver vostro! Tutte quelle sante parole per voi sono vuote di senso, se vi manca la speranza d'una ricompensa; e, come diceva l'Hegel allo Heine, vorreste esser premiato di non aver abbandonato la madre vecchia ed inferma e di non avere avvelenato vostro fratello! Delle due l'una: o le speranze, [pg!240] che dite morte, erano ingannevoli e fallaci. E perchè vi fermate a rimpiangerle? Animo, e createvi altre speranze, un altro ideale men fragile, più conforme alla coscienza vostra. O non erano ingannevoli e fallaci. Ed allora bisogna, che ricostruiate con lo studio e la critica la fede scrollata: la vera scienza l'ha a rifare, la vera scienza, che guarda l'essenza delle cose e non gli amminnicoli.

Ma la scienza pretesa vostra, onde menate tanto scalpore, non è per voi qualcosa di serio, anzi una ricreazione, un ozio tutto al più; e vi ha momenti, in cui manifestamente l'odiate. Quindi le lodi dell'ignoranza, simboleggiata nella favola della Psiche:

O dell'anima umana, a cui (sic) fatale

È sovente del ver la conoscenza,

Immagine gentil, Psiche immortale;

O divina farfalla, a cui (sic) l'essenza

Delle cose è nascosta, o sol si svela

Quanto basti al gioir dell'innocenza;

Lascia, Psiche, l'improvvida querela,

Nè desiar conoscere lo sposo,

Che la temuta oscurità ti cela.

Men dolce, o semplicetta, è bacio ascoso?

Dolci meno gli amplessi e le parole;

Onde bea Quel non visto il tuo riposo?

Eppure la favola stessa della Psiche, se a forza e' vuol cavarne un epimitio, dovrebbe insegnargli, che non vi ha godimento vero, schietto, sincero, senza conoscenza! Guardate quanto è più morale e gentile il pensiero della plebe pagana che quello di questo mezzoprete semicristiano! Certo di baci, che imitavan le colombe, e di bene scossi congiungimenti, avrebbe potuto appagarsi la Psiche, se... fosse stata contenta alla brutalità. Ma, contentandosene, sarebbe stata solo una meretrice volgarissima, degna che Amore le recesse addosso, come racconta il Machiavelli di aver fatto lui a non so qual vecchia scrofa, che gli si prostituiva al bujo. E finchè la Psiche tollera pazientemente gli amplessi dell'ignoto [pg!241] nume, perchè questi le scuote bene il pelliccione e le procaccia copia di grandi agi e comodi, essa Psiche è ben poco interessante, è una volgarissima mantenuta. Solo allora ci commuove, solo allora la stimiamo, quando prende la fiaccola ed il pugnale, per illuminarsi e distruggere anche le sue gioie ove turpe ne ravvisasse la fonte; quando è perseguitata e raminga ed infelice ed amante; ed è divenuta amante, dacchè ha saputo chi giacesse seco, dacchè ha conosciuto il suo rapitore. Solo questi suoi travagli son poetici e commoventi; solo in virtù di essi diventa degna dell'apoteosi. Ma, sacrosanti dei! chi di noi non istima orrendo e turpe, che una donna faccia copia di sè ad uno ignoto, fra le tenebre!

Questa lode dell'ignoranza, dell'asinità volontaria, questo inculcar la ciucaggine, che accade metaforicamente qui, è altrove fatto a viso impudentemente scoperto. Leggasi la poesia intitolata: A mia madre, dove il Zanella dichiara di riconoscere, che la mamma gli ha dato ad intender da bimbo un mondo di corbellerie; eppure dichiara di antepor quelle, che e' dichiara falsità, imposture, corbellerie, a' portati della scienza, perchè questi non appagano il core. Insomma, lui alla scienza chiede pace dell'animo e piacere; chiede quel, che la scienza non ha missione di dare; riserbandosi di ripudiarne le conseguenze, ove non gli garbino:

Madre! di dotte inchieste

Tornan ben lagrimevoli gli allori,

Se più crucciose e meste

Fansi le vite e più gelati i cori.

Se dal ver riedo meno eccelso e puro (!!??)

Amo al tuo fianco riposarmi oscuro.

Bella tempra d'uomo coscienzioso, il quale può chiudere volontariamente gli occhi al vero! La fede cristiana per lui non è un convincimento, non è una fiaccola potente; egli ha subaperte a mala pena le [pg!242] porte del sapere e ne è uscito un vento, che l'ha spenta: presto, il Zanella ritappa l'uscio e rimane al buio per paura d'infreddarsi. Ahimè! uno può rimpiangere le fedi e le illusioni svanite, ma non può, quando sieno state distrutte da un altro convincimento e più maturo, non può credervi unicamente, perchè fa proposito di credervi. V'è mai toccato d'esser tradito dalla ganza? Dopo le pruove del tradimento, si può fingere di ignorarlo, si può perdonarlo, si può continuare la relazione; una sola cosa è impossibile, credere ancora in colei, che vi ha mentito e che conoscete falsa. A nutrir fede in una persona non basta volere. E molto meno può credersi per un effetto della propria volontà arbitraria, quando il ragionamento e la ragione hanno scosso i vostri primi convincimenti; o discredere ciò, che saldi argomenti e stringenti vi dimostrano. Questo, ben inteso, per le anime oneste; coloro poi, la cui religione è una pura moda ed un semplice mezzo, possono veramente credere quel, che vogliono, pur che vogliano. Ma chiameremo fede la loro?

Insomma il Zanella la pensa come Matteo Bandello, e con le parole del grande novelliere potremmo rendere il suo concetto della vita umana (parte I, Novella XXV): — «Io non vo' già dire, che la investigazione della verità non sia cosa lodevolissima, anzi l'affermo e lodo; ma ben vo' dire, che tutti gli atti umani devono esser fatti a luogo e tempo... Noi siamo venuti qui, non per disputare od astrologare o far lite, ma per ricrearci, darci piacere e stare con gioja ed allegrezza.» — Ma il Zanella ha torto marcio: e l'esempio de' secoli passati ci scaltrisce su' dolorosi frutti, che producono simili dottrine. Guai al popolo, che cade nello indifferentismo, nell'apatia filosofica o religiosa; che non pensa più alle dotte inchieste, anzi a ricrearsi e darsi piacere! Il vero è l'unica cosa meritevole d'amore. Non perchè ci possa esser baconianamente utile: anzi quell'idea di servirsene per un qualche scopo meschino e determinato, me lo sfata. Io amo il vero anche [pg!243] insalubre e velenoso; quello, che infelicita ed opprime. Amo quel vero, che mi fa soffrire; ed il preferisco all'errore utile, proficuo. Io ringrazierei colui, che mi provasse con documenti alla mano l'amico venerato essere un malvagio e la donna amata essere venale. Certo, da tali rivelazioni sarei reso infelicissimo e miserrimo più che nol sia ora, ma avrei un errore tolto dalla mia mente. Come dice stupendamente Tommaso Stigliani in principio del XX canto del suo Mondo Nuovo:

Ben finsero a ragion gli antichi esperti,

Che 'l sentier di virtù sia un aspro colle;

E quel del vizio, con fioretti inserti,

Una pianura delicata e molle:

Poichè il volgare stuol de l'alme inerti

Vive tranquillo e mai noja non tolle;

E quei, che ad alte imprese opera dànno,

Soggiaccion sempre ad infinito affanno.