Una notte, ch'è l'ultimo giorno? O che scempiaggine è codesta? Ovidio ha scritto supremum tempus, rappresentandola quasi come un'agonia fatale. Il ciel romuleo non vale quell'Urbe tanto semplice e tanto eloquente. Non è mica Ovidio, che torna col pensiero alla sua partenza per l'esiglio, oh no! egli vorrebbe dimenticare, se fosse possibile, la ricordanza atroce; anzi l'immagine di quella notte si risveglia da sè nella fantasia di lui, dovunque, fatalmente; vi s'introduce quasi di soppiatto: subiit. Solo quando questa immagine si è già insignorita di lui, egli ne rianda tutti i momenti e l'abbandono di tante care cose. Questo secondo momento è del tutto pretermesso dal Zanella, che invece fa meditare le dilezioni lasciate. Il tot mihi cara comprende mille cose, che non sono dolcezze: i lari, l'esercizio [pg!252] della cittadinanza, eccetera. Sopraffatto dall'amara ricordanza, Ovidio piange. Ma non confessa di piangere il superbo. Una stilla gli discorre dagli occhi. Ed è sorpreso, che ciò accada ancora: nunc quoque, in quella età! dopo tanto tempo del fatto! Dico tanto tempo, perchè il dolore lo ha fatto sembrar lunghissimo. Egli insomma vuol quasi dimostrarsi irresponsabile del pianto: è una cosa, che accade per forza maggiore. Come ci stia a pigione il subitana è evidente; anzi è una lagrima stentata; anzi una stilla: il poeta si vergogna di chiamarla col nome proprio. Che dire poi di quel rai, per occhi! Un uomo, un cavalier romano, chiama raggi i proprî occhi? e quando? appunto quando il dolore li ha abbattuti, quando non hanno più nulla di radiante!

Jam prope lux aderat, qua me discedere Caesar

Finibus extremae jusserat Ausoniae.

Era il mattin già prossimo;

E, per regale editto,

Io dai confini Italici

Uscir dovea proscritto.

Qui è sparita l'antitesi fra l'aderat e il discedere; fra il reddire della luce, che lascia l'Italia ogni sera per tornare ogni mattina, e la partenza senza reddita del poeta. La luce è giunta: aderat; soprapprende e sorprende l'infelice; la luce, che tutto abbella e che deve far palese a tutti il suo partire! Confesso di non capire il regale editto. Cesare non era Re: povera storia! Anche più bestiale è quel proscritto. Ovidio non era proscritto. Si allontanava per un semplice comando di un uomo; non dava noja se non ad un solo nella vasta città: ed il nomina; era mandato a domicilio coatto, via, confinato per misura di polizia, per un provvedimento economico; soggiaceva ad un arbitrio ed il fa capire senza espressamente dirlo. Uscire da' confini Italici è frase, che non rende il [pg!253] discedere finibus extremae Ausoniae; quel discedere ci dà lo strazio del distacco; quel finibus extremae Ausoniae ci rappresenta tutto il dolore, che cresce a mano a mano che il profugo si allontana dalla Città. Vivere relegato in un cantuccio d'Italia, andare a Pianosa od alle Tremiti, sarebbe già duro e crudele; ma Cesare vuol di più: vuole che l'infelice vada tra' barbari. Son queste minuzie, che producono lo effetto poetico.

Che dire del torpuerant longa pectora nostra mora, reso con:.... immenso Sbalordimento all'animo Moto avea tolto a senso? Che dire di questa insulsa imitazione del Manzoni:

Giacqui, percosso, attonito,

Come percosso e domo

Uom giace dalla folgore:

Tronco vital, non uomo;

che dovrebbe rendere il celeberrimo distico e citatissimo:

Non aliter stupui, quam qui Iovis ignibus ictus

Vivit; et est vitae nescius ipse suae.

Disperato spasimo, non traduce punto l'imbre per indignas usque cadente genas. Fortuna amara è tutt'altra cosa del fato, che diamine! Cerco invano nel testo latino l'equivalente della zeppa: lungi dal patrio Tevere. Ovidio dice più in là, che ogni angolo della casa avea lagrime; ma gli si fa la parodia scrivendo:

Non ha la casa un angolo,

Che sia di pianto asciutto.