Ariele, mentre un mostruoso frastuono annuncia l'avvicinarsi del sole.
Horchet! horchet! dem Sturm der Horen;
Tönend wird für Geistes-Ohren
Schon der neue Tag geboren.
Felsenthore knarren rasselnd,
Phöbus Räder rollen prasselnd;
Welch Getöse bringt das Licht!
Es trommetet! es posaunet!
Auge blinzt und Ohr erstaunet!
Unerhörtes hört sich nicht!
Schlüpfet zu den Blumenkronen,
Tiefer, tiefer, still zu wohnen,
In die Felsen, unters Laub:
Trifft es euch, so seid ihr taub.
TRADUZIONE LETTERALE
Ascoltate, ascoltate il tempestar delle Ore! Il nuovo giorno nasce risonando per le orecchie degli spiriti. Le porte di macigno gemono sgrigliolando, le ruote di Febo brontolano cigolando: qual frastuono porta la luce! Che strombettio! che clangore! L'occhio si batte e l'orecchio stupisce: non si ode l'inaudibile. Rimpiattatevi nelle corolle de' fiori, più giù, più giù, per abitar tranquilli, fra' macigni, sotto il fogliame: se vi coglie, insordirete.
TRADUZIONE DI Andrea Maffei.
Udite! udite! il turbine dell'ore
V'annuncia, o silfi, che rinasce il giorno.
Altissimo fragore
Mandano e gioghi e valli.
Cigola e stride il cocchio
Del sole... Oh qual frastuono
Spande il ritorno
[pg!284]
Della luce!... È di tube, è di timballi
Romor confuso!... L'occhio,
L'orecchio offesi, attoniti ne sono.
Senso non è, che a tollerar ciò vaglia...
Celatevi tra' fiori!
Giù, giù ne' fori
Del monte o tra le foglie
Della boscaglia!
Tutti v'assorda, se quel tuon vi coglie.
Il meglio in questo galimathias (parlo dell'originale) è l'onda del verso e l'armonia imitativa, che va perduta, come s'è notato, nella versione. Il turbine dell'ore non comprendo, che sia; nè l'originale dice che annunzî il giorno. Quel dem Sturm der Horen è un dativo, retto dal verbo horchen, ascoltare. E le Ore son qui una fredda reminiscenza omerica, giacchè nell'Iliade vengon dette custodi delle porte del cielo, che dovevan chiudere ed aprire secondo l'occorrenza. Tommaso Stigliani, parlando delle feste in Barcellona pel ritorno di Colombo (XXIV, 76): Festeggiossi ogni dì, finchè l'aurora Schiuse al decimonono in ciel le porte. Chiunque ha visto sorgere il sole, sa che il precede quasi una vibrazione dell'aria; il Goethe immagina, cotesta vibrazione essere effetto del rumore, fatto dalle Ore nello spalancare le porte dell'Olimpo e dal carro di Febo, che prorompe cigolando quasi di sotto una volta sonora. Questo suono è percettibile per gli spiriti superiori come Ariele, per l'orecchio loro è armonia; invece assorderebbe i silfi, gli spiritelli, che, secondo la mitologia germanica, sono pure anime naturali (per gli spiritelli, e la loro natura, ecc. Vedi Adone XII, 135-145). Ciò che supera la forza percettiva (che il Goethe molto infelicemente chiama l'inaudito) non può udirsi. Monsignor Giovanni Guidiccioni ha detto in un suo sonettucolo: ....... come vince l'armonia celeste, L'umano udir. Sfido io d'indovinar tutto questo dalla versione del Maffei! Le porte di macigno, le termopili dell'Olimpo divengono presso lui gioghi e valli. Le reminiscenze classiche delle Ore e di [pg!285] Febo, spariscono; sparisce il parallelismo onomatopeico tra emistichio ed emistichio, tra verso e verso. Si ommette per abitar tranquille. Tra' fiori è tutt'altro che nelle corolle; altro è stare fra, altro è stare in, che diamine! Fogliame è diversa cosa da foglie della boscaglia: un albero isolato ha fogliame anche esso.
S'introducono de' timballi, a' quali il Goethe non ha pensato, dicendo egli con quel verso Es trommetet, es posaunet! precisamente nè più nè meno di quanto il Marini ha detto nel suo: Già squilla il corno e già la tromba scoppia. (Adone. XVI. 36).
Nel Goethe però manca il soggetto, e non si capisce da chi venga prodotto lo strombettio ed il clangore; di quali strumenti si tratti, o chi vi soffia drento. Questi perfetti riscontri tra frasi del Goethe e frasi del Marino sono frequentissimi. Per esempio il Brennst du nicht und fühlest mich entbrannt della fidanzata di Corinto, si ritrova in fine de' seguenti versi dell'Adone (III. 96) Fan con occhio loquace e muta bocca, Eco amorosa i tormentati cori, Dove, invece di voce, il vago sguardo, Quinci e quindi risponde: Ardi, ch'io ardo.
VERSI LXVII-LXXIII. — Tedesco.