Desio. Hai tu uisto la pioggia, le grandine e neue, li tuoni e fulgori, da doue cascano? e perchè soffian li venti tanto uarij?
Piacevolezza. Si bene. Et hauerai piacere, se tu le intendi. Nota, prima che altro io dica: queste cose tante, che da qui giù se uede nel aere, delle strighe e fantasme paventose, sono suggette uariatamente a proprî signori, che li esercitan doue a lor piace. Et per tanto, alcuno di essi, con sacchi de tela de ragno, come nebule fatti, uanno dentro al mare; e, pieni d'acqua, nell'aere poi le portan suso. Così delli fiumi, rivoli e fontane. Altri nelli deserti uanno per siccita; per il freddo, alcuni, nelle gelate parte; molti nelle torride, per il caldo e fuoco; e non pochi, dalle caverne e tra monti li venti eccitando, con li udri sorbino. Variano questi, secondo che a lor patroni segue il dominio, in una o in un'altra parte. Nell'aere gionti poi, quando che hanno fretta, quelli delli sacchi e questi con li udri, strengensi, comprimendo l'un l'altro: e di quel ui è dentro, per forza in gioccie convertito, esce, e giù precipitando per l'aere discende, uince la moltitudine e quella appare. Ma la neue sottilmente la taglian a sfogli, e così distesa la tengono in parte, l'un sopra l'altro liggiermente stivati, e quando è il conflitto dalla parte settentrionale, se rompono in pezzetti: e qui più gravando cascano. Le grandine sono cristallo dal freddo anchor non confirmato, gravan nell'aere e discenden gioso. Li folgori intervengono, con li tuoni, quando battaglian questi gran signori tra loro; li serui in quello stretti l'un l'altro furiosamente batte e percote; infiammase l'aere per la fretta, e giù da noi risplende, le botte per il vacuo intonano, e ui fan tanto stupidi mirare. Li udri si rompono per il forte sorbire; fugge il uento, che iui se aprende, e discorre per le parte qui da noi. Sappi più oltra, che l'aere, così spatioso, è tutto abitato de cose uarie, quanto cape la terra e mare. Dall'in giù le seme descendino; fruttifican poi, secondo son locate. Più che circonda sta lo antiquo drago, qual tutto de occhi scintillanti suo corpo adorno riueste, gionge la testa con la coda, li piedi ambi, e tutto couerze con le ale. Vno occhio solo ha in fronte, grande, lustro, claro e bello. Vn altro può in la ponta della coda, qual uoglie et riuoglie spesso e l'affatica. Con questi e con li altri, anchor con quelli, che da qui non si uedeno, mira nell'aere, nella terra e nel mare: così a suo modo le regge e diletta. Quando questo antiquo, uicini esser ne comprese, sdegnato forte sguardò nell'aere e tutto il commosse. Per fuggir dunque, il nostro Duce, in questo et in quell'altro lato uolgendo giraua, ma non potea oltra passare, perchè il tutto intra sè abbraccia. Hor in tal maniera da parte in parte per l'aere uagando, ostacoli parati troua, guerra continua, e pugna; che non manca iui gli affanni, e le gran fatiche; iui abbondan li sudori sanguinolenti; iui la morte ogni ora era palese. Finalmente, retornati in noi, con le herbe, con li metalli e con le gemme anchora, mitigamo li obstaculi e quel antiquo drago; e per la uirtù intrinseca, che non manca, se fessemo conoscere, et esso conoscemo noi. Per la qual cosa, de terore in piacer tutti reuolti, tornamo in giù, e te primo che altro ho qui ueduto.
[] Alle quattro parole, alle quali ho sostituito puntini, vedi un riscontro nel Verville, Moyen de parvenir. (LVI. Théorème) dove parla degli abitanti di Lubecca.
[ii] Tempesta, qui val gragnuola, alla lombarda.
[iii] Cf. Basile, Pentamerone. Pintosmauto.
[iv] Naranci. Vedi, pagina 309, postilla i.
XXVIII.
IL MAGO DALLE SETTE TESTE[1].