C'era una volta un omo pescatore, il quale aveva una moglie sterile, abbene che fosse a lei da molto tempo marito. Un bel giorno, il pescatore colle sue reti se n'andò a pescare nel lago vicino. E gli venne fatto di chiappare un pesce di gran bellezza e grossezza; che, subito messo fuori dell'acqua, si diede in tono pignucoloso a raccomandarsi a quell'omo, che lo lasciasse andar via, promettendo insegnargli uno stagno lì vicino, dove lui avrebbe potuto in un momento fare una ricca pescagione[2]. Rimase il pescatore mezzo imvecille e impaurito, nel sentire un pesce a parlare; e gli parve sì gran miracolo, che, senza frapporre indugio, gli ridiede la libertà. Poi andò allo stagno insegnatogli dal pesce e ci ricavò in due o tre buttate di rete una smensa quantità di bonissima pescagione. Col carico addosso, il pescatore, ritornato a casa, fece vedere alla donna la preda insolita e gli raccontò quel, che gli era intravenuto. La moglie, sentendo questo, s'imbizzarrì fuor di modo e lo trattò di mammalucco, perchè si fosse lasciato scappare il bel pesce d'in fra le mani. Disse:—«Bada bene di ricercarlo domani e portarlo a casa, che lo voglio. I' ho una bramosia di acconciarmelo in un intingolo da levarmi la fame per un pezzo.»—Il pescatore, il giorno di poi, fu al lago; e, buttate le reti, il pesce parlante c'entrò dentro. Ma alle suppliche sue il pescatore non seppe resistere, sicchè anche questa volta lo liberò; e, fatta abbondante pesca nel solito stagno, se ne rivenne a casa. Non è a dire se la moglie del pescatore uscisse fori da' gangheri, quando riseppe, che il pesce era stato chiappo daccapo e che il suo marito non l'aveva con sè. Messe le mani su' fianchi e con una faccia malandrina principiò a urlare:—«Grullo, che se' un omo di stoppa? Non te n'addai, che quì sotto gatta ci cova, e che è la fortuna, che ti viene incontro e tu la spregi? O domani tu mi porti il pesce o ti nimicherò finchè campi.»—Sospinto e incoraggito dagli sberci della moglie, il pescatore, la mattina dopo, arrivato al lago e buttate le reti, alla prima tirata il pesce c'era dentro: e senza badare alle parole sue, corse diviato a casa e lo porse vivo sempre alla moglie, che lo prese e lo messe in un catino d'acqua fresca. Lì stavano d'attorno a rimirarlo e a farci sù de' ragionamenti; e la donna fantasticava, cercando qual fosse il miglior modo di cucinarlo. Il pesce allora, tirato un po' fori dell'acqua il capo, disse:—«Giacchè veggo, che non c'è più rimedio e ho da morire, lasciatemi almeno far prima testamento.»—Avendovi consentito il pescatore e la donna, il pesce soggiunse:—«Quando sarò morto, sparato e cotto, mangi le mie carni la donna, date a bere alla cavalla la broda della lessatura, buttate le ossa alla cagna, e le tre più grosse teghe mie piantatele ritte nell'orto vostro.»—Ammazzato il pesce e cotto, i due conjugi fecero appuntino quel, che il pesce gli aveva detto. E n'accadde, che la donna, la cavalla e la cagna, ognuna di loro insomma partorì tre creature mastie della sua specie, e le teghe piantate nell'orto crebbero e diventarono tre lance. Tanto queste, che le creature nate, si rassomigliavano così, che era impossibile riconoscerle fra loro senza mettergli un segno. Quando i fanciulli furono giovanotti grandi, il padre diede un cavallo, un cane e una lancia a tutti e tre, e ci aggiunse del suo uno stioppo da caccia. Ma non passò di molto tempo, che il primogenito si straccò di stare a casa povero. Sicchè volse andar per il mondo in cerca di fortuna. Montato dunque a cavallo, prese con seco il cane, la lancia e lo stioppo a armasollo, salutò quelli di casa, e, lasciando una boccetta turata piena d'acqua chiara, disse:—«Se quest'acqua s'intorba, venite a cercar di me: io, o sarò morto, o mi sarà intravvenuta qualche disgrazia. Addio.»—E partì al galoppo. Il primogenito, dopo avere camminato di molti giorni per paesi ignoti, s'imbattè alle porte di una grandissima città e popolosa, dove entrato, si maravigliò oltre credenza nel vedere tutti gli abitanti di quella vestiti a lutto e mesti in viso. Incuriosito, ne domandò la ragione al primo incontrato. E seppe: come un Mago spaventoso con sette teste da lungo tempo compariva tutti i dì nel giardino reale al tocco di mezzogiorno, e divorava quanta gente gli capitava dinanzi; come il Re, a rimedio di peggio male, s'era obbligato col Mago di apparecchiargli a sorte un corpo umano al giorno; e come, quella mattina, la sorte era appunto cascata sulla stessa figliola del Re, e per questo la città tutta disperata vestiva di bruno.[3] Il giovane, che era coraggioso, disse:—«Non c'è forse modo di salvare la figliola del Re e liberare la città da simile flagello? Conducetemi al Re.»—Detto fatto, il giovane fu condotto alla presenza del Re; e gli chiese il permesso di combattere col Mago e di ammazzarlo. Il Re gli rispose:—«Giovane ardito, sappi che di molti prima di te si sono provati all'impresa, ma ci rimessero la vita. Se però anche te vuoi risicarla, io non te lo impedisco. E se tu vinci, quella mia figliola, oggi destinata per pasto al Mago, te la dò in isposa, e tu sarai mio erede nel Regno.»—Niente impaurito il giovane, ma di più messo al punto di diventare genero del Re e suo erede, si fece menare nel giardino reale, dove già la Principessa se ne stava in ginocchioni, raccomandandosi l'anima, aspettando l'apparita del Mago. Quando il giovane la vidde, gli si accostò e la chiamò per nome; e gli raccontò, che era venuto lì per liberarla dalla morte e poi sposarla. La Principessa, girati gli occhi inzuppi di lacrime, disse:—«Disgraziato, vai via! o il Mostro spietato avrà oggi due da divorare invece di me sola. È un Mago tutto pieno d'incantesimi, come vuoi fare ad ammazzarlo?»—Il giovane, che nel mirare la Principessa se n'era già innamorato fortemente, gli rispose:—«Tant'è, oramai vuo' correre questo risico per amor vostro; e sarà quel che è destinato.»—Di lì a poco, scoccò all'orologio di palazzo il tocco del mezzogiorno; e la terra si diè a trabalzare; e di repente con gran fracasso s'aperse una buca; e da quella, tra il foco e il fumo, scaturì il Mago dalle sette teste. Il Mostro subito andò verso la Principessa con tutte le sette bocche spalancate; e fistiava dalla gioja, perchè in quel giorno c'erano due da divorare. Ma il giovane, senza frapporre indugio, saltato sul cavallo, si fogò contro il Mago, aizzandogli il cane; e con una lanciata lo passò parte parte. E 'n quel mentre, che il cane lo tratteneva coi denti, lui, sceso, colla scimitarra in un attimo gli tagliò le sette teste; sicchè l'ammazzò intra fine fatta e rompette l'incantesimo, liberando da morte la Principessa e la città da quel flagello. Quando il Mago non dava più segno di vita, disse la Principessa al giovane:—«Tu sei mio sposo. Ma piglia i segni della vittoria e portali al Re, acciò conosca, che fosti te l'ammazzatore del Mostro, e ti permetta darmi l'anello.»—Il giovane allora tagliò al Mostro le sette lingue e le ravvolse in un pannolino; e, rimontato a cavallo, s'avviò ad un albergo per mutarsi i vestiti e comparire dinanzi al Re in figura garbata e pulita. Or'accadde, che, in una casuccia vicina al giardino reale, ci stava un ciabattino meschinello, sudicio e stralinco, ma di gran furbizia e cattiveria. Lui aveva da lontano visto il combattimento e sentiti i discorsi fra la Principessa ed il giovane; e mulinò fra sè un chiupparello:—«Profittiamo,»—disse,—«di questo bue, che ha lasciato nel giardino le teste del Mago e sciupa il tempo a vestirsi in ghingheri.»—Subito si cala nel giardino da una finestra; raccatta le sette teste mozzate; le nasconde in un sacco; e, preso un coltellaccio, che prima tuffò nel sangue, in mano, corre via a furia dal Re, e dice con un'aria di birbone:—«Maestà, ecco dinanzi a voi l'ammazzatore del Mago. Queste sono le teste, che con questo coltello gli ho staccate dal corpo. Mantenetemi dunque la parola e datemi la vostra figliola in isposa.»—Il Re si sturbò a vedere quel pezzente e alle parole, che proferì; e non sapeva capacitarsi come fosse ita la faccenda. Credette, che il giovane ardito l'avesse divorato il Mago; e che il ciabattino, profittando del contrattempo, avesse assaltato e finito il Mostro. Ad ogni modo la parola reale era data. Epperò il Re disse:—«Se così è, e pare a' segni, la mia figliola è tua. Pigliatela.»—In quel mentre, eccoti la Principessa nella sala; e, sentendo il trattato, cominciò a protestare, che il ciabattino era un bugiardo e che lui non aveva per nulla ammazzato il Mago. E qui nacque un battibecco; e il ciabattino metteva innanzi le teste a provare che diceva la verità. Sicchè il Re, per forza del giuro suo e dei segni, decretò che la sua figliola si chetasse e la volse fidanzata al ciabattino. E subito diede ordine, che s'annunziasse al popolo l'avvenimento e si apparecchiassero tre giorni di corte bandita con tre grandi conviti ogni settimana; e all'ultimo di questi si sarebbero celebrate le nozze. Intanto, il giovane vincitore del Mago si avviava al palazzo del Re; ma, arrivato all'ingresso, non lo volsero fare entrare. E sentì nel medesimo tempo il banditore, che annunziava lo sposalizio della Principessa col ciabattino. Ebbe un bel protestare, urlare, che lo facessero parlare al Re; le guardie stettero dure, per ordine del ciabattino, e finalmente scacciarono a forza il giovane di lì. E lui, mezzo arrabbiato e mezzo piangente, rifece i passi e tornò all'albergo, ruminando quel, che gli convenisse mesticciare per impedire le nozze e farsi riconoscere per quello, che aveva morto il Mago. Nel frattempo, a corte, la mensa era pronta e di molti gl'invitati. E il ciabattino fu messo accanto alla Principessa, riccamente vestito e con sotto da sette cuscini, perchè gli stasse comodo. Il giovane, in quel frattempo, dopo stato un po' a pensare, si voltò al cane, che gli era a cuccia in su' piedi; e, a un tratto, gli disse:—«To', corri su; va dalla figliola del Re e festeggia lei sola; e, prima che si principî a mangiare, butta all'aria la mensa; poi scappa e non ti lasciar chiappare.»—Il cane ubbidente partì correndo; e saltò diviato in grembo alla Principessa, e lì ad accarezzarla e leccarla senza fine. Lei lo riconobbe. E si rallegrava; e, lisciandolo colle mani, gli domandava del padrone. Ma il ciabattino n'aveva sospetto e voleva, che il cane si scacciasse fuori della sala. Si messe la zuppa in tavola; e il cane, addentato un lembo della tovaglia, tira ogni cosa a sè con tutto l'apparecchio e manda tutto per le terre; e poi, via a gambe giù per le scale, e nessuno potè raggiungerlo e vedere, dove mai fosse andato. Lo scompiglio e il trambustìo tra i convitati non si può neanche raccontare, tanto fu smenso. Dopo otto giorni, si venne al secondo banchetto. Il giovane disse al cane:—«To', corri: fa' lo stesso come l'altra volta.»—Quando la Principessa rivedde il cane, si rallegrò di molto. Ma il ciabattino se ne indispettì; e voleva assoluto, che il cane fosse preso e scacciato a suon di legnate. La Principessa però lo difendeva così, che il ciabattino non ardì fargli forma, abbene che stesse di mal'animo. Portata la zuppa, il cane, lesto, addenta la tovaglia, butta sottosopra ogni cosa, e fugge ratto più del vento. Le guardie e i servitori gli si sfilano dietro; ma fu inutile, perchè non poterono raggiungerlo. Al terzo banchetto, il giovane disse al cane:—«To', corri: fa' lo stesso dell'altre volte. Ma questa, lasciati pigliare all'uscio di camera mia.»—Di fatto, il cane eseguì gli ordini a puntino; sicchè le guardie, giunte alla camera del giovane e chiappato il cane, sentito che era suo, anche lui lo arrestarono e lo condussero davanti al Re. Il Re a vederlo lo riconobbe, e gli disse:—«Non se' tu quello, che ti profferisti salvare la mia figliola dalle branche del Mago?»—«Sì, son'io»—riprese il giovane,—«e la salvai ed è mia sposa.»—Ma il ciabattino, alzando la voce, cominciò a urlare:—«Non è vero, non è vero! I segni dell'ammazzamento son'io, che gli ho portati al Re; e son'io, che ho morto il Mago.»—Allora il giovane, senza sturbarsi, rivolto al Re, disse:—«Ebbene! si portino qui le sette teste mozzate dal Mago, e si vedrà chi ha ragione.»—Quando le sette teste furono messe a' piedi del Re, il giovane soggiunse:—«Guardate un po', se hanno le lingue nelle bocche.»—Le lingue non ci erano, gua'! Il giovane, cavato di seno il pannolino, le mostrò in quello rinvoltate; e poi si fece a raccontare, come la cosa fosse andata. Il ciabattino, non ostante, non si dava per vinto; e pretese, che le lingue si misurassero, per conoscere se si adattavano alle teste. La prova però tornandogli a carico, ogni volta, che si eseguiva una misura, lui scaraventava via un cuscino; arrivato al settimo e ultimo, se la diede a gambe. Ma raggiunto e arrestato, per comando del Re, venne subito impiccato. Tutti allegri, il Re e gli sposi assieme a' convitati si sedettero a mensa e si diedero bel tempo; poi furon fatte le nozze. La mattina, appena giorno, il giovane si levò; e, aperta la finestra, vedde dirimpetto una folta selva piena di uccelli e gli venne voglia di andarci a caccia. Ma la moglie lo scongiurava che non ci avesse il pensiero, perchè quella selva era incantata e chiunque ci entrava dentro non ritornava più. Il giovane però, pieno di coraggio e di temerità, appunto perchè nella selva ci si correva un risico, s'incaponì d'andarci; e, preso il cane, la lancia e lo stioppo, partì. Aveva di già ammazzato di molti uccelli, quando a un tratto eccoti un temporale, che pareva il finimondo; toni e saette da sbalordire e l'acqua cascava giù a bocca di barile. Il giovane, bagnato sino all'ossa, cercava uscire dalla selva; ma non trovava più la via. Sicchè, venuta la notte, vedde una grotta e ci entrò. La grotta era piena di statue di marmo bianco in varî atteggiamenti; ma il giovane non ci badò troppo, molle e stanco com'era. Ravviate delle legna secche, coll'acciarino lui accese un pò di foco per rasciugarsi e còcere gli uccelli morti, avendo fame; e, intanto, pensava alla moglie; e si pentiva di non avergli dato retta. Di lì a poco, eccoti nella grotta una vecchierella, che sbatteva i denti, come intrizzita dal freddo, e tutta fradicia dal capo a' piedi. E, fattasi vicina al giovane, lo pregò, che la lasciasse riscaldare. E lui:—«Venite pure, mi terrete compagnia.»—La vecchierella si sedette, e offerse al giovane sale per gli uccelli arrostiti, pane pel cane e sugna per ugnere le armi. E il giovane, di nulla sospettando, accettò. Ma a mala pena ebbe mangiato lui gli uccelli, il cane il pane e l'armi furono unte, tutti diventarono statue di marmo. In sulla sera, la Principessa, non vedendo tornare il marito, lo credette morto; e il Re, addolorato, diede ordine, che la città si vestisse a bruno. Infrattanto, nella casa paterna del giovane primogenito, che era partito, guardavano tutti i giorni la boccetta dell'acqua, che lui aveva lasciata: un giorno a un tratto, ecco! l'acqua s'intorba. Allora il secondogenito dice:—«Il fratello maggiore o è morto, o gli è intravvenuta qualche disgrazia. Vo' andare a cercarne. Tenete: anch'io vi dò questa boccetta d'acqua chiara; se s'intorba, sapete quel, che vi tocca a fare. Addio.»—Monta a cavallo; e col cane, la lancia e lo stioppo ad armacollo, parte di galoppo. Il secondogenito, dappertutto, dove passava o si fermava, faceva delle ricerche sul fratello suo, dicendo:—«Avete visto uno compagno a me?»—E ognuno rideva, rispondendo:—«Oh bella! non siete voi quello dell'altra volta?»—A questo modo il giovane capiva, che pur' anche il primogenito era passato da quei luoghi. E quando lui arrivò alla città, dove il primogenito aveva morto il Mago e sposata la figliola del Re, in nel suo entrare, tutti facevano le meraviglie e gridavano:—«È lui! è salvo! Viva il Principe!»—Sicchè, fermato e condotto dal Re, tanto questo, che la Principessa e la corte intiera, ingannati dalla gran somiglianza, lo sbagliavano col primogenito. E lui? zitto! non conoscendo se era in mezzo a gente di garbo o a gente traditora. Ma tanto la rigirò con furbizia, interrogando e rispondendo a proposito, che venne a capo di raccapezzare a un dipresso le avventure del primogenito, le sue nozze colla Principessa e il suo smarrimento nella selva incantata. Venuta la notte, il secondogenito fece le viste di essere di molto sturbato pe' disagi sofferti e stracco morto; e, messosi sovra una sponda del letto, lontano dalla Principessa, si addormentò. Alla mattina, si sveglia, si alza e apre la finestra e vede la selva dirimpetto. Coll'animo bramoso di ricercare il fratello, dice alla Principessa:—«Vò andare un po' a caccia laggiù.»—E la Principessa piangendo:—«Ma che non ti basta il pericolo, scansato una volta, e le pene, che m'hai fatto soffrire a cagion tua? Non andare nella selva.»—Il secondogenito però non gli diede ascolto, e partì verso la selva assieme al cane, e con la lancia e lo stioppo. E costì a lui pure gli accade tutto quello, che era accaduto al primogenito; e rimase anche lui nella grotta trasmutato in istatua di marmo. La Principessa, non vedendolo tornare, lo tenne per perso; e la città daccapo si vestì a bruno per comando del Re. Nella casa paterna, intanto, dei tre fratelli, anche la boccetta del secondogenito si sturbò. E il terzogenito non frappose indugio; ma, sellato il cavallo, vi montò sopra; e, detto addio al padre e alla madre, partì a ricercare i due suoi fratelli. Prese con seco anche lui il cane, la lancia e lo stioppo. Cammin facendo, sempre chiedeva notizie, dicendo:—«C'è passato di quì due compagni a me?»—E tutti rispondevano:—«O perchè fate sempre la stessa domanda? Che siete matto?»—In questo modo, capiva, che i suoi fratelli avevano tenuta la medesima strada. Giunto alla città, venne accolto con gran festa e menato dal Re: e al solito, per la gran somiglianza, tutti lo sbagliavano pel primogenito. Andato poi a letto colla Principessa, si finse stracco e dormì sovra una sponda. La mattina, a levata di sole, il terzogenito si affacciò alla finestra, e, vista la selva, disse alla Principessa:—«Voglio andare a caccia laggiù.»—La Principessa diede in disperazione e gridava:—«Dunque proprio tu vuoi andare in perdizione? e finirai con farmi morire di paura.»—Ma il terzogenito non si commosse, avendo fissato in core di ritrovare a ogni costo i proprî fratelli. Sicchè, prese le armi ed il cane, s'avviò alla selva. Quando fu lì, ammazzò di molti uccelli. Ma, tutt'a un tratto, s'alza il temporale. Sicchè smarritosi, gira e rigira, capitò nella grotta; e, guardate le statue, ci riconobbe subito anche i proprî fratelli. Disse fra sè:—«Qui c'è qualche inganno; ma starò a occhi aperti.»—Accese il foco per rasciugarsi e per cocere gli uccelli; ed eccoti la medesima vecchierella, che, accostandosi, gli chiese di lasciarla scaldarsi. Il giovane la sbirciò di traverso; e con mal garbo gli disse:—«Va 'n là! accanto a me non ti ci voglio.»—La vecchierella parve sconcertata a quest'accoglienza: e soggiunse frignando:—«Quanta poca carità avete! pure io vi offerirò di che meglio cenare. Eccovi del sale per gli uccelli arrostiti, del pane pel cane e della sugna per ungere le armi.»—«Eh! vecchia strega,»—urlò il giovane,—«me, tu non mi cucchi!»—E, saltatogli addosso, la buttò in terra e ce la tenne con un ginocchio sul ventre. Poi gli serrò la gola colla mancina, tirò fori la scimitarra e, accostategliela al collo, disse:—«Stregaccia infame! o tu mi rendi i miei fratelli o ti cavo l'anima senza misericordia.»—La vecchierella protestava, che nulla di male aveva fatto; ma, vedendo che il giovane non si commoveva e che stava lì lì per segargli la gola, piena di paura, promesse, che avrebbe obbedito a quel, che il giovane gli comandava. E, frugatasi in tasca, cavò un vaso di ungento, perchè ne ugnesse le statue, assicurandogli, che a quel modo sarebbero tornati tutti in vita. Il giovane non lasciò la vecchierella; ma, minacciandola sempre coll'arme, la obbligò a fare lei l'operazione: sicchè in poco d'ora tutte quelle statue erano rimenate a vivere e la grotta ne fu piena. I fratelli subito si riconobbero e s'abbracciarono; tutte le altre persone pure non trovavano parole, per ringraziare degnamente chi l'aveva salvate. Nel trambustìo intanto la vecchia cercava svignarsela; ma, essendosene accorti, gli furono sopra e la squartarono e così ruppero l'incanto della selva. Di più, il primogenito gli prese il vasetto dell'unguento, che rendeva la vita agl'incantati e a' morti. Cammin facendo per ritornare in città, i fratelli si raccontavano le avventure patite; ma il primogenito, nel sentire, che gli altri due erano stati a letto colla Principessa, preso da furore geloso, sfoderata la scimitarra, ammazzò i suoi fratelli. Non appena però commesso quel delitto, che un gran rimorso gli nacque in core; e si buttò su' corpi de' morti, e diede in disperazioni e voleva tagliarsi in tutti i modi la gola. Ma gli altri lo impedirono. Tutto a un tratto, si ricordò lui dell'unguento preso alla vecchia strega; e, pensando, che era bono a far rinvivire i fratelli, ne fece la prova, ugnendo le loro ferite; e, miracolo! que' due si alzarono in piedi rinsanichiti e vispoli. Pieno di allegria, il primogenito chiese e ottenne perdono dai suoi fratelli; e poi con loro e la frotta dei compagni si recarono dal Re. Furono ricevuti con grande contentezza; si ordinarono canti e feste per la città; e si dette nelle campane, che pareva il nabisso. Il Primogenito si riunì colla Principessa; e il Re trovò mogli signorili agli altri due fratelli e gli messe nelle prime cariche di corte.
NOTE
[1] Raccolta dall'avv. Gherardo Nerucci; e gli fu raccontata dall'Elena Becherini del Montale pistojese. Il Liebrecht annota:—«Zu Grimm (K.M. n.º 60) Die zwei Brueder; s. zu Gonzenbach n.º 39. Von den Zwillingsbrüdern und n.º 40. Von den drei Brüdern.»—Parte di questa fiaba è identica alla III favola della X delle Tredici piacevoli Notti dello Straparola:—«Cesarino di Berni calavrese, con un leone, un orso e un lupo si parte dalla madre e dalle sorelle; e, giunto nella Sicilia, trova la figliola del Re, che doveva esser divorata da un fierissimo dracone; et con quelli tre animali l'uccide; e liberata da morte, vien presa da lui in moglie.»—È pure in gran parte identica a lo Mercante, trattenimento VII della prima giornata del Pentamerone:—«Cenzo, rompe la capo a 'no figlio de 'no Re, fuje da la patria e libera da 'no dragone la 'nfanta de Pierdesinno. Dapò varie socciesse, le deventa mogliera; ma, 'ncantato da 'na femmena, è liberato da lo frate. Lo quale (pe' gelosia avennolo acciso), scopierto 'nnozente, co' na certa erva le torna la vita.»—Cf. anche e soprattutto con la Cerva fatata, trattenimento IX della I giornata:—«Nasceno pe' fatazione Fonzo e Canneloro. Canneloro è 'mmidiato da la Regina, mamma de Fonzo, e le rompe lo fronte. Canneloro sse parte. Deventato Re, passa 'no gran pericolo. Fonzo, pe' vertute de 'na fontana e de 'na mortella, sa li travaglie suoje e vace a liberarelo.»—Vedi anche, nel secondo cantare del Malmantile di Lorenzo Lippi, trasportato parte di questa fiaba, che l'autore avea desunta dal Cunto de li Cunti. Ecco l'argomento di esso secondo cantare: Dei due gran figli del signor d'Ugnano, Prodigioso natal narra Baldone: Come s'acquista moglie Floriano, E vien dall'Orco poi fatto prigione; Come Amadigi libera il germano, E il mostro spaventoso a terra pone; E dice alfin, che l'un di questi dui Fu padre a Calidoro e l'altro a lui. Cf. De Gubernatis. Novelline di Santo Stefano di Calcinaja, XVII. I tre fratelli; e XVIII. Il Pescatore. Mi scrive il Pitré:—«Riscontri siciliani editi col Mago delle sette teste, non ne conosco. Bensì vi sono ravvicinamenti e somiglianze parziali. Questo tipo di novella non è stato ancora pubblicato in Sicilia.»—Cf. per alcuni luoghi, Morgante Maggiore, Canto IV, stanze XL—LXXIX e segg.; episodio del Re Corbante, di Fiorisena, della città di Carrara e di Rinaldo accompagnato dal leone. Una pessima, monca, scorretta e corrotta lezione di questa fiaba è la seguente milanese.
L'ESEMPI DI TRII FRADEJ[]
Ona volta gh'era trii fradei. E sti trii fradej eren sciori e eren restaa indree de pader e de mader. Ma eren trii gioven e se voreven ben tutt e trii. Quel, che voreva l'un, el condissendeva l'alter. On dì, hin andàa d'accord d'andà a girà el mond tutt e trii. E han ciappaa on cavall per un e ona spada, cont adree on can per un. Hin andàa via insemma; e, quand hin stàa innanz tanti mija, s'hin spartii, perchè vun l'è andàa d'ona part e l'alter dell'altra. E s'even daa, prima de spartiss, on fazzolett bianch; che el fazzolett l'eva de restà smaggiàa de sangu, se vun de lor restava in pericol. Vun, l'è stàa el minor, l'ha veduu on bel palazzi e l'ha vedùu di bej argant[ii]; e lu, l'ha trovàa, che no gh'era nissun; e lu, l'è andàa denter. E gh'era là ona veggia. La ghe dis:—«Liga quel can, che mi gh'hoo paura! Liga quel can, che mi gh'hoo paura.»—E lu, quel gioven, el fa:—«Liga quel can! Liga quel can! coss'hoo de doperà per ligall?»—E lee, la gh'ha ditt:—«Dopera on cavell di mè! Dopera on cavell di mè!»—E lu, el fa:—«Dopera on cavell! Che forza el gh'ha d'avè vun di to cavej, de ligà el can?»—El condiscend e l'ha ligàa el can; e el cavell, l'è restàa ona cadenna, perchè lee, l'era ona stria. Dopo, lee, la gh'ha ciappàa el cavall; e dopo ligàa el cavall e lu, l'ha mettùu in d'on sit sotterranî, che le faseva morì a onz a onz. El fradell, quell'alter, el second, el ruga in saccoccia, el ved el fazzolett bianch tutt smaggiàa de sangu e allora el s'è accort, che el fradell l'era in pericol. L'è andaa in cerca del so fradell; l'è andàa giust in su quella strada e l'ha veduu quel palazzi, che gh'era nissun; e lu, per logass, (che gh'era domà che sto palazzi pien d'argant tutt illuminàa), lu, l'è andaa denter. E gh'era là sta stria: la s'è settada giò in d'on canton, l'ha vist a entrà con quel can e con quel cavall. L'ha faa l'istess, come con quell'alter.—«Via quel can! Liga quel can, che mi gh'hoo paura!»—E lu, el gh'ha condissenduu; el gh'ha ditt.—«Coss'hoo de doperà per ligall?»—E la gh'ha ditt, de doperà on cavell di so. E l'ha ligaa e gh'è restaa ona cadenna. Dopo, lee, l'ha mettuu con quel so fradell e l'ha faa consumà a onz a onz, perchè gh'era ona porta: chi entra in questa porta, non più risorto.[iii] Poeu, el so fradell, quell'alter, anca lu, l'ha trovaa el fazzolett smaggiàa de sangu in saccoccia.—«I me fradej, po' dass, hin in pericol de mort.»—L'è andaa in su l'istessa strada, l'ha trovaa sto palazzi e l'è andaa denter. Gh'era là ancamò quella stria; e la gh'ha ditt de ligà el can, che lee, la gh'aveva tanta paura. E lu, el s'è faa risolutto, perchè el s'è accort, che gh'era denter i so fradej. El gh'haa parlaa seriament, con risoluzion, che el voreva i so fradej, se no con la spada el ghe tajava via el coo. E lee, la gh'ha ditt de ligà el can, che i so fradej i avaria faa vegnì voltra. E lu, el gh'ha ditt.—«Ah! che can! che can! soo minga ligà di can.»—Dopo, la stria, per la paura, l'ha bisognaa condiscendegh e andagh a tirà voltra i so fradej. Ma eren là in angonia[iv] tutt e duu; e lu, iè voreva san, tal e qual hin andaa denter.—«Se de no!...»—El ghe fa vedè la spada. E la stria, la gh'ha faa ona onzion e i ha faa guarì. E la gh'ha tornaa a dà el so cavall per un, el so can; e hin partii tutt e trii. Dopo, hin andaa a cà insemma.
[] Il Liebrecht annota:—«Imbriani verweist auf Basile n.º 7 Der Kaufmann und n.º 9 Die bezauberte Hirschkuh; zu letzterem Mährchen vgl. Sizil. Mähr. zu n.º 39—40. Von den Zwillingsbrüdern.»—
[ii] Argant, sono les lampes d'Argant francesi, così dette dal fabbricante inventore.
[iii] Lasciate ogni speranza, voi, ch'entrate.
Dante.
[iv] Angonia, agonia; e così dicesi in parecchi dialetti e dicevasi anticamente in lingua aulica, per ravvicinare la parola alla etimologia di angere, più comprensibile al volgo della vera e greca. Questi raffazzonamenti di parole fatti dal volgo, per rendersi ragione a modo suo del valore d'un vocabolo, son comunissimi. Così, nel dialetto napoletano, gendarme si trasformava in cientarme (quasi uomo armato di cento armi). Così Afrodite (nome comunissimo in Pomigliano d'Arco per una Sant'Afrodite), diventa Fiorita. Così il toscano incolto dice alberinto, invece di labirinto, riconducendo il vocabolo alla radice albero, ecc. In un dispaccio di Francesco Michiel, ambasciatore veneto alla altezza di Carlo Emmanuele II, pubblicato testè per Nozze Bianchi, Michiel (Roma, 1876) la parola Maggiordomo è scritta Maggior d'huomo, attribuendole un'etimologia fantastica, che non può neppure giustificarsi con la natura della cosa, sendo i maggiordomi di corte, di solito, men che uomini. Narra il Domenichi, nelle Facezie, che:—”facendosi la vigilia di Beffania giuochi a vegghia, come s'una in que' tempi, fu all'improvviso domandato M. Vincenzio Arnolfini, gentilomo Lucchese, amicissimo mio, da una valorosa et nobil donna, che aveva un suo pegno, s'egli lo rivoleva. Et rispondendo egli di sì, quando che a lei fusse piaciuto: Ditemi, disse la donna, se rivolete il pegno, perchè la festa di domani sia detta Beffania?—È detta Beffania, rispose egli subito senza pensare, per la beffa, che i Magi fecero a Erode, che, avendogli promesse di tornare e riferire, dose era Cristo, se n'andarono per un'altra via et l'uccellareno. [Pronta risposta et degna di valoroso gentiluomo.]”—