[2] Abbiamo già visto un pesce parlante, ed indicato nella Novella intitolata il Luccio. Se ne trova un altro nella fiaba seguente:
IL PESCIOLINO[]
Tempo fa, ma sono di molti anni, regnava ne' paesi una grande carestia, e la gente non aveva da mangiare, sicchè ne morivano de' cristiani dalla fame tanti, che era una disperazione e faceva 'scherezza a vedere que' disgraziati cascare, chi di qua, chi di là, per le terre senza fiato. A que' medesimi tempi, campava una povera donna pigionacola in un borgo; e il su' marito gli era morto da un pezzo; e lei era rimasa vedova con du' figlioli, un mastio più grandino e una bambina doppo lui; e il mastio lo chiamavano Gianni. Dice un giorno la su' mamma a Gianni:—«Se tu andessi a cercare un po' di pane, bambino! è tanto che non si mangia! Qualcuno forse tu lo trovi, che ti faccia un po' di carità per l'amor di dio.»—Gianni dunque si messe a girandolare per que' luoghi, ma non potiede raccapezzare da nissuno manco una briciola di pane. Che volete! con quella carestia, ognuno n'aveva di catti a tienerselo per sè. Sicchè Gianni, stracco morto e allaccato tra la fatica e la fame, si buttò giù a diacere al sole sulle sponde d'una fossettina, dove ci correva della bell'acqua chiara. E, nell'esser lì, tutt'a un tratto vedde un pesciolino, che navicava; e pareva, che fosse d'argento. Lui pensò subbito d'acchiapparlo e portarlo a casa alla su' mamma, perchè lei almanco lo mangiasse. E piano piano, sceso dentro il fosso, gli riuscì serrare il Pesciolino tra le mani. Ma il Pesciolino principiò a discorrere e a raccomandarsi a Gianni di lassarlo libero, e che l'avrebbe ricompensato della su' bona azione. Gianni, in nel sentire quell'animale, che parlava, s'impaurì e spalancò le dita, e rimase lì mezzo grullo in sospetto di qualche gastigo. Il Pesciolino però gli disse:—«Non aver temenza, chè del male non te ne voglio fare, sai. Oh! perchè mi volevi mangiare?»—Dice Gianni:—«No' siamo tanto affamati a casa e non s'ha pane: ogni cosa è bona in tempo di carestia. La mi' poera mamma fila la stoppa; ma, bene che guadagni poco, prima s'andava innanzi; ora 'nvece ci converrà a tutti morire affamati.»—«Senti,»—disse il Pesciolino,—«tu mi garbi, e io vi aiterò tutti di quel, che v'abbisogna. Quando vi manca qualcosa, basta, che tu dica, per essere esaudito:
«Pesciolino, mi' amante,
Saresti a me costante?
Mi faresti la carità?»—
—«Allora,»—gli arrispose Gianni,—«i' lo dico in questo vero momento:
«Pesciolino, mi' amante,
Saresti a me costante?
Mi faresti la carità?
M'abbisogna del pane.»—Alle su' parole, il Pesciolino fece apparire un pane di dieci libbre, perchè lo portassi a casa. Ma gli comandò a Gianni, che doveva star cheto e non raccontare del Pesciolino fatato di quel fosso[ii]. Gianni dunque andiede dalla su' mamma con quel pane di dieci libbre; e inventò, che gliel'aveva regalo uno zio mugnajo per limosina. Dice su' madre:—«Chè, questo è impossibile; è una limosina troppo grossa per de' tempi di carestia. Tu l'ha' rubo, sciaurato, non dir bugie.»—E Gianni a giurare di nò, e che era un regalo del su' zio. Dice su' madre:—«Oh! s'io degli zii è tanto, che non n'ho più; son tutti morti e seppelliti da un bel pezzo.»—E Gianni:—«Guà, vole dire, che voi non gli cognoscevi tutti; e che questo l'ho trovo io nel su' mulino di molto lontano di casa nostra. Gnamo, chetatevi, mamma, e non dubitate di nulla. Anzi lo zio m'ha promesso di darmi tutto quello, che m'abbisogna.»—Abbenchè quella donna non fosse tanto persuasa delle parole del su' Gianni, siccome aveva fame, si messe a mangiare il pane assieme co' su' figlioli, e in quel mentre gli scappò detto:—«Pan solo! anche il pan solo è bono, quando non c'è altro. Ma sarebbe più bono tavia con del cacio e con un po' di vino per mandar giù meglio ogni cosa.»—Dice Gianni:—«Lassatemi ritornare dallo zio e il cacio e il vino vo' l'avrete.»—Insomma, per non farla tanto stucca, bastava, che Gianni andesse dal su' Pesciolino e gli chiedessi della robba, che tutto quel, che voleva, lui l'aveva; e, quando viense il freddo di verno, Gianni portò a casa una pezza di lendinella per fare il vestito alla mamma e alla sorella, e un'altra di panno per sè, chè erano prima quasi gnudi e battevano le gazzette. Ora gli accadè, che un giorno, Gianni era dientro a un bosco a cercare di legne, e s'accostò a un palazzo e ci vedde al balcone la figliola del Re; una bellezza da levar gli occhi a guardarla soltanto. Pensò Gianni:—«Se fosse mia! Ma com'è possibile ch'i' possa sposare una figliola di Re, io meschino accosì?«—E stava lì sotto al balcone a strolagare. Ma quella ragazza non ci badò a lui più che tanto. Figuratevi, se una Principessa a quel mo' voleva badare a un poero straccione di per le strade! A un tratto Gianni scrama:—«Che tu possa fare un figliol mastio per virtù del mi' Pesciolino!»—e se ne va diviato a casa. Le parole di Gianni non cascorno invano; perchè la figliola del Re si cominciò a sentir male. Subbito chiamano i dottori a visitarla. E, doppo averla tastata chi di qua e chi di là, gli dissano:—«È gravida.»—Nascette un buggianchio in tutta la corte, perchè la Principessa giurava, che lei non aveva dato retta a nissuno e che era innocente. Ma il Re la ragione non la intendeva, vedendo che alla su' figliola il corpo gli cresceva sempre. Che ti fa? ordina che senza indugio sia serrata dentro a una torre con delle guardie. E lì ce la tiense finchè lei non ebbe partorito un figliol mastio. E il Re volse, che questo mastio fosse rallevato nel palazzo; e badava a cercare se mai si scoprisse chi aveva ingravidata di niscosto la Principessa. Quando il bambino arrivò a du' anni finiti, il Re, che si struggeva di sapere chi fosse il babbo, fece attaccare per tutti i canti del su' Regno un bando: che a un giorno fissato s'adunassino nella corte tutti i signori e cavaglieri e che lui avrebbe concesso per isposa la su' figliola a quello tra loro, stato scelto dal bambino, con una palla d'oro, che gli voleva mettere nelle su' manine. Al sentire quel bando, anco Gianni pensò d'andare alla Corte. E si messe addosso i meglio vestiti e gli riuscì bucare, senz'esser visto, nella sala dell'adunanza, addove in mezzo, sur un tappeto, c'era il figliolo della Principessa colla su' palla d'oro tra le mani. E, abbenchè Gianni si fosse accoccolato in un cantuccio, nonistante il bambino lo trovava sempre e la palla d'oro la dava a lui. Figuratevi, che stupore di quel Re e di que' signori! La Principessa, poi, diventava quasi matta, in nel vedere la trascelta del su' figliolo, perchè lei Gianni non l'aveva mai cognosciuto. Infine tutti incattiviti a bono, a spintoni discacciorno Gianni fori di lì. E il Re disse, che quell'adunanza non gli garbava più e che ne voleva fare un'altra col bambino quand'era più grande; tra un anno, via. L'anno dunque arrivò e i bandi furono appiccicati alle cantonate del Regno; sicchè anco Gianni ci volse ritornare al palazzo. Ma prima andiede al fosso del Pesciolino e lo chiamò come lui gli aveva insegnato:
—«Pesciolino, mi' amante,
Saresti a me costante?
Mi faresti la carità?»—
Dice il Pesciolino:—«Che vo' tu, Gianni?»—Dice lui:—«Voglio diventare un gran signore, con di be' vestiti, de' cavalli, la carrozza e i servitori, cucchieri e cacciatore, tutti colla livrea.»—Dice il Pesciolino:—«Per farne che di tutta questa robba?»—E Gianni allora gli raccontò quel, che gli era intravenuto colla figliola del Re; e che lui l'aveva ingravidata per virtù del su' amante Pesciolino; e in somma gli scoperse ogni cosa. Dice il Pesciolino:—«Vai, mi' Gianni, che tu sie' esaudito.»—Il giorno dell'adunanza, dunque, ci venne anco Gianni con un traino alla reale, che non ce n'era altri de' compagni. E nissuno potiede raccapezzare chi fosse quel gran signore e di che paese del Regno; ma in ogni mo' lo lassorno ascendere in fino in sala. E lui si messe a siedere assieme cogl'invitati. E quando cominciorno le prove per iscoprire il babbo del figliolo della Principessa, questo, senza manco pencolare, portò la palla d'oro nelle mani di Gianni. Dice il Re:—«Dunque siete voi quello, che ha 'mpregnato la Principessa mi' figliola.»—Arrispose Gianni:—«Al parere è accosì, Maestà.»—La figliola del Re però non stiede zitta; e cominciò a urlare, che non era vero, che lei non lo cognosceva quel signore prutenzionoso e che lei non lo voleva per isposo. Ma il Re la fece stare cheta, perchè la prova per lui era bona e intendeva di mantienere la su' parola. Sicchè diede il comando, che ogni cosa fosse ammannito per le nozze della su' figliola con Gianni. A quell'ordine, la Principessa, perchè Gianni non gli garbava, disse:—«Almanco sua Maestà, m'accordi una grazia.»—Dice il Re:—«È accordata, purchè tu sposi chi è stato trascelto per babbo dal tu' figliolo.»—«Sposare lo sposerò,»—arrisponde lei;—«ma che lui, prima di menarmi con seco, mi fabbrichi un palazzo con un giardino compagni e dirimpetto al palazzo reale, per poterci star dientro da par mio; e vo' sapere chi sono i su' parenti.»—A quella domanda nonistante non si sgomentò Gianni nel sentirla; e gli promesse alla su' sposa, che subbito la contenterebbe a su' piacimento. E, senza indugio, andiede dal Pesciolino; e al solito lo chiamò fori: